STRAGE DI AMENDAOLARA, SPUNTA UN SUPERSTITE: «PRIMA LA BENZINA, POI CON L’ACCENDINO IL ROGO» (VIDEO)
Taj Mohammad Alamyar è riuscito a uscire dall’abitacolo forzando la portiera, mettendosi in salvo mentre le fiamme divoravano il minivan con le quattro persone all’interno
di REDAZIONE
– AMENDOLARA (CS) – 3 GIUGNO 2026 – C’è un superstite nella vicenda che ha sconvolto la Calabria e che ruota attorno alla morte di quattro braccianti migranti all’interno di un minivan ad Amendolara. Contrariamente a quanto emerso nelle prime ore successive ai fatti, nel veicolo non si trovavano quattro persone ma cinque. Una di loro è riuscita a salvarsi pochi istanti prima che il mezzo venisse completamente avvolto dal fuoco.
Si tratta di Taj Mohammad Alamyar, cittadino afghano residente a Villapiana insieme ad alcune delle vittime. L’uomo è stato rintracciato e intervistato dal TgR Calabria, al quale ha raccontato la propria versione degli eventi, mostrando anche le conseguenze fisiche della fuga: nel servizio televisivo appare con le braccia fasciate a causa delle ustioni riportate.
Il racconto al TgR Calabria
Secondo quanto dichiarato da Alamyar nell’intervista trasmessa dal TgR Calabria, tre delle persone morte nell’incendio sarebbero state di nazionalità afghana. L’uomo ha inoltre riferito che i due connazionali pakistani fermati dagli investigatori e accusati di omicidio volontario avrebbero avuto una disputa economica con le vittime legata al pagamento del trasporto.
Stando al suo racconto, le persone rimaste intrappolate nel minivan si sarebbero rifiutate di consegnare il denaro richiesto. A quel punto, secondo la testimonianza resa all’emittente pubblica regionale, gli indagati avrebbero versato benzina all’interno dell’abitacolo e successivamente innescato l’incendio con un accendino.
Alamyar sostiene di essere riuscito a mettersi in salvo forzando un’uscita del veicolo e allontanandosi mentre le fiamme avvolgevano il mezzo. Le immagini riprese dal sistema di videosorveglianza della stazione di servizio dove si sono verificati i fatti, secondo quanto riferito, documenterebbero alcuni momenti della tragedia.
Le accuse sullo sfruttamento lavorativo
Nel corso dell’intervista, il superstite ha formulato anche pesanti accuse sulle condizioni di lavoro vissute da lui e dagli altri migranti coinvolti nella vicenda.
Secondo le sue dichiarazioni al TgR Calabria, i due uomini oggi accusati avrebbero esercitato pressioni e minacce nei confronti dei lavoratori per costringerli a lavorare. Alamyar ha affermato che venivano garantiti alloggio e cibo, ma non la retribuzione. «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no», ha dichiarato all’emittente regionale.
Nella stessa intervista ha inoltre parlato dell’esistenza di una presunta «grande mafia del Pakistan», espressione riportata come parte della sua testimonianza personale e che rappresenta una valutazione attribuita esclusivamente al dichiarante.
Le indagini in corso
Le dichiarazioni del superstite costituiscono uno degli elementi acquisiti dagli investigatori impegnati nella ricostruzione dei fatti. La posizione dei due uomini fermati resta al centro dell’inchiesta giudiziaria, che dovrà verificare e riscontrare il contenuto delle testimonianze raccolte, comprese quelle rese da Alamyar.
Al momento, le accuse contestate sono oggetto di accertamento da parte dell’autorità giudiziaria competente e dovranno essere valutate nel corso delle indagini e degli eventuali successivi procedimenti.

















