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«PRENDERE, BENEDIRE, SPEZZARE E DONARE»: A ROCCELLETTA DI BORGIA IL RITIRO DEI SACERDOTI DI CATANZARO-SQUILLACE RIPARTE DAI GESTI DI GESÙ


Nella parrocchia Santa Maria della Roccella, fra Mario Chiarello ha guidato la meditazione sul rapporto tra Eucaristia, vocazione e vicinanza alle persone. Annunciata per il 1° novembre l’ordinazione diaconale di Giuseppe Carioti e Sergio Schieppati

di REDAZIONE

 –  BORGIA (CZ) –  12 OTTOBRE 2026 –  tiro del clero per rileggere il ministero alla luce del Vangelo

Ritrovare il significato della propria vocazione attraverso i gesti di Gesù e riscoprire una presenza capace di accompagnare le persone nelle difficoltà della vita. È stato questo il tema del ritiro del clero dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace, svoltosi giovedì 8 ottobre nella parrocchia Santa Maria della Roccella, a Roccelletta di Borgia.

A guidare la meditazione è stato fra Mario Chiarello, ministro provinciale dell’Ordine dei Frati Minori, con una riflessione intitolata «Prese il pane». Al centro dell’incontro, la necessità di ricondurre gli impegni pastorali alla relazione con Cristo, individuando nel Vangelo il riferimento per il servizio quotidiano alle comunità.

Il ritiro si è inserito nel cammino della Visita pastorale, offrendo ai sacerdoti un momento per rileggere la propria esperienza e interrogarsi sul modo in cui il ministero prende forma nelle relazioni, nell’annuncio della Parola e nella vicinanza a chi attraversa situazioni di sofferenza.

I gesti dell’Ultima Cena come orientamento per la vita sacerdotale

Il punto di partenza della meditazione è stato il racconto dell’Ultima Cena, con i quattro gesti compiuti da Gesù: prendere il pane, rendere grazie, spezzarlo e donarlo. Azioni che, nella proposta di fra Mario Chiarello, diventano una traccia per comprendere anche il significato dell’esistenza: accogliere la vita, riconoscerne il valore, attraversarne le ferite e metterla a disposizione degli altri.

Il richiamo evangelico «Fate questo in memoria di me» è stato letto in una prospettiva che va oltre la celebrazione liturgica. La memoria di Cristo, infatti, è chiamata a tradursi in uno stile di vita coerente con ciò che viene celebrato sull’altare.

In questo percorso, il primo passaggio ha riguardato il gesto del prendere. Accogliere la vita significa riconoscerla nella sua realtà concreta, senza ignorarne limiti e contraddizioni. La vicinanza di Cristo alla condizione umana diventa così il riferimento per comprendere anche le fatiche del ministero e il rapporto con le persone affidate alla cura pastorale.

Il dolore degli altri e la capacità di esserci

Tre episodi evangelici hanno accompagnato la riflessione: le lacrime di Gesù su Gerusalemme, l’incontro con la vedova di Nain e il pianto di Pietro dopo il rinnegamento. Attraverso queste scene, la meditazione ha affrontato il rapporto tra vocazione, sofferenza e fragilità personale.

Nel pianto di Gesù sulla città di Gerusalemme, fra Mario ha richiamato un amore che non viene meno neppure davanti al rifiuto e all’infedeltà. Da questo episodio è nata una domanda rivolta ai sacerdoti: «Tu percepisci che la tua vita è presa?».

L’interrogativo invita a considerare la vocazione non soltanto attraverso i risultati ottenuti, ma anche a partire dalla consapevolezza di essere accolti e custoditi da Dio. Un criterio che assume particolare rilievo quando gli insuccessi, la stanchezza o le difficoltà pastorali rischiano di mettere in discussione il valore del proprio impegno.

La scena della vedova di Nain ha invece spostato l’attenzione sulla prossimità concreta. Gesù si accorge del dolore della donna, ne ha compassione e le va incontro. Per il ministero sacerdotale, questo atteggiamento si traduce nella capacità di ascoltare, prendere l’iniziativa e condividere la sofferenza senza imporre risposte immediate.

A rendere concreto il tema è stato il racconto di un confratello vicino a una coppia colpita dalla morte di un figlio. L’esperienza richiamata durante la meditazione ha mostrato il valore di una presenza discreta, capace di rimanere accanto a chi soffre senza pretendere di spiegare o risolvere il dolore.

Le fragilità personali come parte del cammino vocazionale

Il terzo episodio, quello di Pietro dopo il rinnegamento, ha portato la riflessione sulla necessità di riconoscere le proprie debolezze. Anche chi esercita un ministero è chiamato a confrontarsi con le proprie contraddizioni, senza nasconderle dietro il ruolo o le responsabilità assunte.

Durante l’incontro è stata sottolineata l’importanza di dare un nome alle proprie fatiche e condividerle con persone mature e fidate. Per un sacerdote, poter parlare apertamente della propria esperienza rappresenta una risorsa per affrontare i momenti difficili e custodire nel tempo la vocazione.

In questo quadro si colloca anche il richiamo pronunciato nel rito di ordinazione: «Imita ciò che celebrerai». La celebrazione eucaristica, secondo la prospettiva proposta da fra Mario Chiarello, non può restare separata dalla vita quotidiana, ma è chiamata a incidere sulle scelte personali, sulle relazioni e sulle modalità con cui si accompagna il cammino degli altri.

L’ordinazione diaconale prevista per il 1° novembre

Al termine del ritiro, l’arcivescovo ha ribadito il valore di questi appuntamenti per la vita del clero, soffermandosi anche sull’importanza della testimonianza vocazionale.

Nel corso dell’incontro è stata ricordata la prossima ordinazione diaconale dei seminaristi Giuseppe Carioti e Sergio Schieppati, fissata per domenica 1° novembre alle ore 17.30 nella Basilica di Maria Santissima Immacolata, a Catanzaro. La celebrazione rappresenterà una tappa del percorso formativo dei due seminaristi e coinvolgerà la comunità diocesana.

Il ritiro si è concluso con il ricordo di don Salvatore Schipani, sacerdote dell’Arcidiocesi scomparso nei giorni precedenti. L’arcivescovo ha rivolto un pensiero al presbitero al termine dell’incontro.

L’appuntamento dell’8 ottobre ha riunito così la riflessione sul ministero sacerdotale, l’attenzione alle fragilità e il richiamo ai prossimi passaggi della vita diocesana, con particolare riferimento all’ordinazione dei due seminaristi.

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