Un’area di circa 1.450 metri quadrati sarebbe stata utilizzata, secondo la Procura di Catanzaro, per accumulare rifiuti pericolosi e non pericolosi. Tra gli indagati anche il gestore del servizio di raccolta e un responsabile comunale
di REDAZIONE
– BADOLATO (CZ) – 17 SETTEMBRE 2026 – Un capannone di 450 metri quadrati e un’area esterna di altri 1.000 metri quadrati. È qui, in località Chianti, nel territorio di Badolato, che secondo l’ipotesi della Procura di Catanzaro si sarebbe formato un deposito incontrollato di rifiuti di diversa natura, compresi materiali classificati come pericolosi.
L’inchiesta è arrivata alla chiusura delle indagini con una contestuale informazione di garanzia nei confronti di tre persone. Tra loro figurano l’amministratore unico della società affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti urbani del Comune di Badolato e il responsabile dell’Area Tecnica comunale. Il procedimento è coordinato dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Domenico Assumma, magistrato della sezione che si occupa anche di reati ambientali.
Le contestazioni, allo stato delle indagini, riguardano a vario titolo il deposito incontrollato di rifiuti pericolosi e non pericolosi, con l’ipotesi anche della loro miscelazione.
Batterie, pneumatici e rifiuti da demolizione
La scena descritta dagli investigatori comprende materiali molto diversi tra loro. Nell’area scoperta sarebbero stati accumulati batterie al piombo esauste, pneumatici fuori uso, plastica e legno provenienti da demolizioni, guaina bituminosa, residui di pittura e rifiuti ingombranti.
A questi si aggiungerebbero due autocompattatori e un autocarro. Secondo la ricostruzione accusatoria, i mezzi si trovavano su una superficie non pavimentata e avrebbero perso liquidi che, attraverso la percolazione, finivano direttamente sul terreno.
È proprio la possibile dispersione di questi liquidi nel suolo uno degli elementi ambientali più delicati descritti nel quadro investigativo.
Nel capannone anche Raee e contenitori con liquidi
Anche l’interno della struttura, secondo quanto contestato dalla Procura, sarebbe stato utilizzato come deposito.
Nel capannone da 450 metri quadrati sarebbero stati trovati rifiuti ingombranti, Raee, tra cui frigoriferi, scaldini elettrici e televisori, oltre a ceramiche derivanti da demolizioni e componenti di autoveicoli.
Gli accertamenti avrebbero inoltre rilevato la presenza di bidoni contenenti sostanze liquide, insieme agli altri materiali depositati all’interno della struttura.
La varietà dei rifiuti rinvenuti costituisce il presupposto delle contestazioni formulate dagli inquirenti, che ipotizzano un accumulo non controllato di materiali differenti, inclusi rifiuti pericolosi.
Il controllo del 13 novembre
L’attività investigativa sarebbe partita da un controllo effettuato il 13 novembre, quando è stata verificata la situazione dell’area di località Chianti.
Da quell’accertamento è nato il procedimento della Procura di Catanzaro, arrivato ora alla chiusura delle indagini preliminari. La circostanza è importante anche sul piano processuale: l’avviso di conclusione delle indagini non equivale a una condanna e le responsabilità contestate dovranno eventualmente essere accertate nelle successive fasi del procedimento.
Le contestazioni ai due principali indagati
Secondo l’impostazione accusatoria, il gestore del servizio di raccolta dei rifiuti e il responsabile comunale dell’Area Tecnica, avrebbero avuto un ruolo nella gestione dell’area nella quale sarebbero stati depositati i materiali.
Le accuse dovranno ora essere valutate alla luce delle difese degli interessati e degli eventuali ulteriori sviluppi giudiziari. La Procura contesta, a vario titolo, il deposito incontrollato di rifiuti urbani e speciali, pericolosi e non pericolosi, anche attraverso la loro possibile miscelazione.
Venti giorni per la difesa
Con la chiusura delle indagini si apre adesso la fase nella quale gli indagati possono esercitare pienamente le proprie prerogative difensive.
Assistiti dagli avvocati Mary Aiello e Crescenzio Santuori, avranno 20 giorni per chiedere di essere interrogati o sentiti dal pubblico ministero, presentare memorie, rendere dichiarazioni spontanee e compiere gli altri atti previsti dalla legge per esercitare il diritto di difesa.
Soltanto dopo questa fase il pubblico ministero potrà assumere le proprie determinazioni, compresa l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Al momento, dunque, le contestazioni restano ipotesi accusatorie formulate nell’ambito delle indagini preliminari e non costituiscono un accertamento definitivo di responsabilità.