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PROCESSO “OSTRO-AMARANTO”, PIOGGIA DI RICHIESTE DI CONDANNA: FINO A 20 ANNI PER IL PRESUNTO SISTEMA DI POTERE ‘NDRANGHETISTA A BADOLATO


Dalla Dda di Catanzaro richieste pesanti per 50 imputati nel rito abbreviato. Al centro dell’inchiesta presunti intrecci tra ‘ndrangheta, politica e appalti pubblici. Il dibattimento prosegue mentre resta aperto il filone ordinario

di REDAZIONE

BADOLATO (CZ) –  29 APRILE 2026 –  Debora Rizza ha formulato le richieste di pena nel processo “Ostro-Amaranto”, che vede coinvolti 50 imputati giudicati con rito abbreviato. Le condanne richieste arrivano fino a 20 anni di reclusione, delineando un impianto accusatorio che ipotizza l’esistenza di un articolato sistema criminale radicato nel territorio.

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, aveva portato a 29 misure cautelari, con un’operazione che – secondo gli inquirenti – avrebbe colpito i vertici amministrativi del Comune di Badolato, ritenuti funzionali agli interessi della cosca di Guardavalle. Una posizione è stata stralciata, mentre il procedimento proseguirà davanti al gup Danila Gilda Romano con le arringhe difensive a partire dal 27 aprile.

Il quadro accusatorio: appalti, voto e intimidazioni

Secondo la ricostruzione della Dda, il procedimento ruota attorno a un presunto sistema di appalti pilotati, condizionamento delle elezioni e attività estorsive. Gli investigatori descrivono un contesto in cui la cosca avrebbe imposto il pagamento del pizzo, esercitando pressioni e ritorsioni nei confronti di imprenditori e cittadini.

Al centro delle indagini figura l’imprenditore Antonio Paparo, indicato come soggetto vicino agli ambienti della cosca e ritenuto – nell’impianto accusatorio – un punto di raccordo tra interessi economici e criminalità organizzata. L’organizzazione, sempre secondo l’accusa, avrebbe anche gestito attività illecite come traffico di droga, armi provenienti dall’estero e furti, oltre alla creazione di imprese intestate a prestanome.

La latitanza del boss e la rete di supporto

Uno dei nodi centrali dell’inchiesta riguarda la figura del boss Cosimo Damiano Gallace, per il quale sono stati chiesti 20 anni di reclusione. Secondo la Dda, Gallace avrebbe continuato a dirigere le attività del clan anche dopo l’ordine di carcerazione del 25 novembre 2020, impartendo direttive operative e mantenendo contatti attraverso una rete fidata.

La procura sostiene che la cosca fosse in grado di garantire la sua latitanza, fornendo rifugi in bunker attrezzati con sistemi di videosorveglianza e allarmi, oltre a curarne gli spostamenti e quelli dei familiari. In questo contesto, diversi imputati avrebbero avuto ruoli specifici, dalla gestione delle risorse economiche al supporto logistico.

Il capitolo politico: il presunto voto di scambio

Un passaggio rilevante dell’inchiesta riguarda le elezioni comunali di Badolato dell’ottobre 2021. Secondo la Dda, si sarebbe configurato un presunto scambio elettorale politico-mafioso, con l’obiettivo di orientare il risultato delle urne.

L’accusa sostiene che Antonio Paparo, insieme ad altri imputati tra cui Ernesto Maria Menniti, Andrea Bressi e l’ex sindaco Giuseppe Nicola Parretta, avrebbe organizzato incontri per sostenere specifici candidati. Tra questi, lo stesso Parretta, poi eletto sindaco, e altri esponenti indicati come vicini al gruppo.

Nomine e gestione amministrativa

Dopo le elezioni, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero seguite nomine e incarichi ritenuti coerenti con gli accordi contestati. Giuseppe Nicola Parretta è stato eletto sindaco con la lista “Vivi Badolato”, mentre Ernesto Maria Menniti è diventato vicesindaco. Anche altri candidati avrebbero ottenuto ruoli amministrativi, tra cui Antonella Giannini e Andrea Bressi.

La Dda ipotizza che alcune nomine siano avvenute sotto pressione o comunque in un contesto di condizionamento ambientale riconducibile alla cosca. Tuttavia, sul piano giudiziario, la Cassazione ha escluso l’esistenza di un patto politico-mafioso in relazione a questo specifico filone.

Il filone ordinario e il prosieguo del processo

Parallelamente al rito abbreviato, sei imputati hanno scelto il rito ordinario e sono stati rinviati a giudizio. Tra questi figurano l’ex sindaco Parretta, oltre a Enrico Cacciotti, Massimo Carè, Roberto Ferrara, Domenico Gagliardi e Liberato Riitano. Per loro è in corso il dibattimento.

Il procedimento entrerà ora nella fase delle arringhe difensive, con un collegio di avvocati articolato. Sarà il giudice dell’udienza preliminare a decidere sulle richieste avanzate dall’accusa.

Le richieste di pena

Le richieste formulate dalla Dda coprono un ampio spettro di posizioni, con pene che variano da poco più di un anno fino a 20 anni di reclusione, in base ai ruoli contestati e alle ipotesi di reato. Tra i nomi principali figurano, oltre a Gallace e Paparo, anche Cesare Antonio Arcorace, Giuseppe Bava, Angelo Gagliardi, Cosimo Sorgiovanni e Domenico Vitale.

Una vicenda ancora aperta

Il processo “Ostro-Amaranto” resta in una fase cruciale. Le accuse avanzate dalla Direzione distrettuale antimafia saranno ora sottoposte al vaglio del giudice, mentre le difese si preparano a contestare punto per punto l’impianto accusatorio. L’esito giudiziario definirà la tenuta delle ipotesi investigative e le eventuali responsabilità penali dei soggetti coinvolti.

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