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KLEOPATRA, LA DDA CHIEDE FINO A 20 ANNI PER 33 IMPUTATI: AL CENTRO IL TRAFFICO INTERNAZIONALE DI COCAINA E LA COSCA GALLACE

Nel processo celebrato con rito abbreviato davanti al tribunale competente di Catanzaro, la Procura distrettuale ha formulato richieste di condanna fino a 20 anni di reclusione. Al centro dell’inchiesta un presunto sistema di narcotraffico internazionale riconducibile, secondo l’accusa, al clan di Guardavalle

di REDAZIONE

 –  GUARDAVALLE (CZ) –  5 NOVEMBRE 2026 –  Richieste di condanna particolarmente elevate nel procedimento Kleopatra, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha ricostruito, secondo l’impostazione accusatoria, l’attività di un’organizzazione criminale di matrice ‘ndranghetista collegata alla cosca Gallace di Guardavalle.

Nel processo con rito abbreviato, il pubblico ministero ha chiesto pene fino a 20 anni di reclusione per alcuni dei 33 imputati. Le contestazioni riguardano un presunto sistema organizzato per l’importazione e la distribuzione di ingenti quantitativi di stupefacenti, con collegamenti tra il Sudamerica, diversi Paesi europei e numerosi porti italiani.

Tra le richieste più alte figurano quelle nei confronti di Francesco Aloi, detto Franco, Nicola Chiefari, Cesare Antonio Arcorace, Cosimo Damiano Gallace, Alessandro Menniti, Francesco Riitano e Domenico Vitale, per i quali la Procura ha sollecitato 20 anni di carcere.

Per Angelo Gagliardi la richiesta è di 17 anni, mentre per Paolo Riitano, Francesco Taverniti e Bruno Vitale sono stati chiesti 16 anni e sei mesi. Per Ivano Piperissa e Cosimo Sorgiovanni la pena richiesta è rispettivamente di 14 anni.

La Procura ha inoltre sollecitato 12 anni per Vincenzo Alvaro, Leone Bruzzaniti e Mario Palamara, mentre per Antonio Gallace e Giuseppe Vitale sono stati chiesti 12 anni e sei mesi.

Le altre richieste oscillano tra gli otto e gli undici anni, fino alle pene di cinque anni e quattro mesi formulate per alcuni degli imputati. Per diverse posizioni il pubblico ministero ha aggiunto anche sanzioni pecuniarie, con importi che arrivano a 50mila euro.

Si tratta, è bene precisarlo, di richieste formulate dall’accusa e non di condanne definitive. La responsabilità degli imputati dovrà essere accertata nelle sedi giudiziarie competenti.

IL SISTEMA DELLA DROGA: DAL SUDAMERICA AI PORTI EUROPEI

L’indagine Kleopatra avrebbe fatto emergere, secondo la ricostruzione della Dda, una rete internazionale specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti.

La struttura avrebbe avuto la propria base decisionale a Guardavalle, territorio considerato dagli investigatori un riferimento per le attività riconducibili alla cosca Gallace. Da qui sarebbero partite direttive e indicazioni operative destinate ai diversi soggetti coinvolti nella presunta organizzazione, con referenti e basi logistiche distribuiti in varie regioni italiane.

Il traffico avrebbe interessato soprattutto la cocaina proveniente da Colombia, Perù, Brasile ed Ecuador, ma le contestazioni riguarderebbero anche eroina, marijuana e hashish.

Le rotte ricostruite dagli investigatori collegano il continente sudamericano ai principali scali europei, tra cui Rotterdam, Anversa e Amburgo. Sul versante italiano, particolare attenzione sarebbe stata riservata ai porti di Gioia Tauro, Livorno, Civitavecchia, Genova e Trieste.

Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe organizzato l’intera filiera: dalla ricerca dei fornitori al reperimento delle risorse finanziarie, dall’acquisto delle partite di droga fino al recupero dei carichi nei porti e alla successiva distribuzione sul territorio nazionale.

Una struttura articolata, che avrebbe utilizzato comunicazioni telefoniche e telematiche attraverso sistemi tecnologici ritenuti dagli inquirenti particolarmente sofisticati, con l’obiettivo di rendere più difficili le attività di intercettazione e ricostruzione dei rapporti tra i presunti associati.

I CONTAINER, LA COCAINA LIQUIDA E I METODI DI OCCULTAMENTO

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda le modalità con cui la sostanza stupefacente sarebbe stata trasportata e nascosta.

Le investigazioni avrebbero documentato l’impiego di container commerciali, ma anche sistemi di occultamento meno convenzionali. Tra questi, la cocaina in forma liquida, che sarebbe stata camuffata all’interno di prodotti come il succo di moringa oppure assorbita nelle confezioni di cartone utilizzate per il trasporto della frutta.

L’obiettivo, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stato quello di superare i controlli doganali e consentire l’ingresso dei carichi attraverso le rotte commerciali internazionali.

Tra le modalità operative contestate compare anche il recupero dello stupefacente direttamente in mare, attraverso l’impiego di cosiddetti drug sub, ovvero sommozzatori incaricati di recuperare i sacchi contenenti la droga nei pressi delle navi o delle aree portuali.

La rete avrebbe inoltre utilizzato depositi temporanei e luoghi di custodia distribuiti in diverse località italiane, così da organizzare il successivo trasferimento delle partite di stupefacente verso i mercati di destinazione.

COSIMO DAMIANO GALLACE E IL RUOLO ATTRIBUITO A DOMENICO VITALE

Nella ricostruzione della Dda, una posizione centrale sarebbe stata occupata da Cosimo Damiano Gallace, indicato dagli investigatori come figura di vertice della presunta organizzazione.

A supportarlo, secondo l’accusa, sarebbe stato Domenico Vitale, 49 anni, considerato uno dei principali referenti operativi del gruppo. A quest’ultimo vengono attribuiti compiti di coordinamento delle spedizioni, gestione dei contatti con i fornitori sudamericani e organizzazione delle operazioni di recupero dei carichi.

L’inchiesta descrive anche presunti incontri durante il periodo di latitanza del capo, nel corso dei quali sarebbero state trasmesse indicazioni sulle trattative commerciali e sull’organizzazione delle importazioni di cocaina.

Tra i rapporti ricostruiti dagli investigatori figurano quelli con Vincenzo Pasquino, indicato come referente in Brasile, e con Cesare Antonio Arcorace, al quale vengono attribuiti contatti diretti con fornitori brasiliani ed ecuadoriani.

Nelle contestazioni compare anche un episodio relativo all’approvvigionamento di marijuana. Francesco Aloi, detto Franco, avrebbe ricevuto l’incarico di procurare un primo quantitativo di un chilogrammo, destinato secondo l’accusa a verificare la disponibilità di ulteriori forniture. Il successivo carico, indicato in una quantità compresa tra 25 e 30 chilogrammi, sarebbe stato ritirato a Monasterace da Angelo Gagliardi.

Un’altra attività contestata riguarda il trasporto dalla Germania di canapa sottoposta a manipolazioni chimiche, con l’impiego di additivi acquistati nei Paesi Bassi.

CESARE ANTONIO ARCORACE, IL PRESUNTO BROKER DELLA RETE

Tra le figure che emergono nell’impianto investigativo c’è Cesare Antonio Arcorace, conosciuto con il soprannome di Kleopatra, al quale viene attribuito un ruolo di collegamento tra i fornitori internazionali e i referenti italiani.

Secondo la Dda, Arcorace avrebbe gestito trattative per l’acquisto di ingenti quantitativi di cocaina, con particolare riferimento ai canali di approvvigionamento brasiliani ed ecuadoriani.

Le contestazioni comprendono l’organizzazione di importazioni superiori ai 100 chilogrammi, la gestione delle operazioni di recupero nei porti di arrivo e l’introduzione in Italia di cocaina proveniente dai Paesi Bassi.

Gli investigatori gli attribuiscono inoltre contatti con altri soggetti coinvolti nelle operazioni di importazione, tra cui Alessandro Menniti e Domenico Vitale.

Un passaggio dell’indagine riguarda il recupero di dieci chilogrammi di cocaina provenienti dal Sudamerica, mentre un’altra operazione avrebbe avuto come obiettivo il trasferimento di ulteriori venti chilogrammi dalla Colombia verso l’Olanda.

La sostanza, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stata nascosta all’interno di due scatole di cartone destinate al trasporto aereo da Bogotá.

Arcorace avrebbe inoltre utilizzato gruppi di messaggistica per mantenere i contatti con i presunti sodali e definire gli accordi con i fornitori stranieri. Alessandro Menniti viene indicato come uno dei suoi principali collaboratori e come punto di riferimento operativo nell’area di Roma.

I FINANZIAMENTI E LE ROTTE ATTRAVERSO GIOIA TAURO E LIVORNO

Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda il finanziamento dei carichi di stupefacente.

Secondo l’accusa, Francesco Riitano, nonostante la detenzione, avrebbe continuato a mantenere rapporti con altri componenti del gruppo, partecipando alla pianificazione di operazioni di importazione e investendo nelle forniture di cocaina.

In particolare, gli viene attribuita la pianificazione e il finanziamento di un’importazione di circa 500 chilogrammi di cocaina da Panama, con destinazione il porto di Gioia Tauro.

Sul versante toscano, un ruolo sarebbe stato svolto da Domenico Vitale, 57 anni, conosciuto come u Gemello. Gli investigatori lo indicano come riferimento per le operazioni di recupero dei carichi di stupefacente nello scalo di Livorno.

Nella stessa ricostruzione compare Robertino Dessì, proprietario di un ovile che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stato utilizzato anche come luogo di custodia di armi.

Tra i soggetti indicati nell’organizzazione delle attività illecite figura inoltre Nicola Chiefari, al quale viene attribuito il compito di occuparsi della coltivazione di marijuana tra la Toscana e Guardavalle.

FRANCESCO ALOI E I COLLEGAMENTI CON LA COSCA GALLACE

L’inchiesta dedica particolare attenzione anche a Francesco Aloi, conosciuto come Franco, indicato dagli investigatori come uno dei soggetti rimasti in libertà e dotati di un ruolo significativo nella presunta rete criminale.

Aloi viene descritto come genero di Vincenzo Gallace, storico esponente della cosca di Guardavalle, e legato da rapporti familiari anche a Cosimo Damiano Gallace.

Secondo la ricostruzione della Dda, avrebbe rappresentato un punto di riferimento per diverse attività legate al traffico di stupefacenti, mantenendo rapporti con gli altri soggetti coinvolti e operando nell’ambito delle direttive attribuite ai vertici dell’organizzazione.

Le contestazioni riguardano anche il suo presunto coinvolgimento nelle forniture di marijuana e nei rapporti con i canali di approvvigionamento della droga.

IL PROCESSO E LE POSIZIONI DELLA DIFESA

Il procedimento Kleopatra coinvolge 33 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Le richieste di pena formulate dal pubblico ministero rappresentano la posizione dell’accusa al termine della ricostruzione investigativa e non equivalgono a un accertamento definitivo delle responsabilità individuali.

Nel collegio difensivo figurano, tra gli altri, gli avvocati Salvatore Staiano, Vincenzo Cicino, Carmen Chiefari, Michele Maimone, Anselmo Torchia, Giuseppe Milicia, Armando Scarpino, Antonio Ludovico, Giuseppe Fonte, Alfredo Alcorace, Guido Contestabile, Serena Lacaria, Francesco Mancuso, Michele D’Agostino, Luca Cianferoni e Giuseppe Gervasi.

Il procedimento dovrà definire le singole posizioni sulla base degli elementi acquisiti e delle valutazioni del giudice. Le richieste della Procura costituiscono dunque l’impostazione accusatoria, mentre resta fermo il principio della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.