Il Gip di Catanzaro chiude il caso dell’incendio doloso alla storica torrefazione: le accuse dell’ex pentito giudicate inattendibili. “Nessuna traccia di mafia”, il mistero s’infittisce
di REDAZIONE
– STALETTÌ (CZ) – 18 LUGLIO 2025 – Un punto fermo, o forse un punto interrogativo ancora più grande. Si chiude così l’inchiesta sull’incendio che, il 28 luglio 2022, devastò l’esterno dello stabilimento della Guglielmo S.p.A. a Copanello di Stalettì. Il Giudice per le Indagini Preliminari di Catanzaro, Luca Bonifacio, ha firmato l’ordinanza di archiviazione, ponendo fine a un’indagine che non è riuscita a dare un nome e un volto a chi appiccò le fiamme.
Un’indagine partita da sospetti e ritrattazioni
Le fiamme di quel luglio di quasi tre anni fa distrussero contenitori in plastica, bancali e diverse auto, lasciando dietro di sé un alone di timore e incertezza. L’inchiesta della Procura di Catanzaro prese il via anche grazie a una lettera anonima, recapitata nell’agosto 2022 a Matteo Tubertini, consigliere delegato della Guglielmo. Questa missiva, inizialmente attribuita all’ex collaboratore di giustizia Saverio Giampà, detto “Nerone” – figura nota per precedenti condanne per calunnia –, indicava in Raffaele Carè il presunto esecutore dell’intimidazione. La vicenda si complicò quando Giampà, dopo aver ammesso di essere l’autore della lettera in un incontro informale, ritrattò in sede di interrogatorio formale, per poi tornare sulle sue dichiarazioni.
Accuse senza riscontro: una verità sfuggente
Nonostante le indicazioni, sia la Procura che il GIP hanno evidenziato la totale assenza di elementi concreti a supporto delle accuse. “Nessuna prova che consenta di attribuire la responsabilità dell’attentato all’indagato”, si legge nell’ordinanza. I tabulati telefonici di Raffaele Carè, difeso dall’avvocato Antonio Ludovico, non lo collocano a Bologna nel periodo in cui sarebbe stato lasciato un accendino a forma di proiettile nella cassetta postale della famiglia Tubertini. Nessuna intercettazione, immagine video o prova diretta ha collegato Carè all’episodio. Le dichiarazioni di Giampà sono state giudicate “non attendibili” dal giudice, minando la base su cui si reggeva l’intera accusa.
La pista mafiosa svanita nel nulla
Fin dalle prime fasi, si era ipotizzato un movente legato a un’intimidazione mafiosa. Tuttavia, questa pista si è rivelata infondata. Già la Procura aveva escluso qualsiasi legame con sodalizi criminali di stampo mafioso e il GIP ha ribadito con fermezza: “nessuna traccia di metodo mafioso, né nei contenuti dell’intimidazione, né nella sua esecuzione”. Un elemento cruciale che spazza via uno dei timori maggiori legati all’accaduto.
Richieste di approfondimento respinte
Le opposizioni all’archiviazione, presentate da Tubertini e da Roberto Volpi, presidente della Guglielmo, non hanno sortito l’effetto sperato. Le richieste dei loro legali per nuove audizioni sono state considerate dal giudice come “esplorative e marginali”, non sufficienti a giustificare la riapertura dell’indagine. L’ordinanza emessa il 16 luglio 2025 chiude definitivamente il procedimento a carico di Raffaele Carè, basato – come sottolineato – esclusivamente su dichiarazioni di un ex pentito ritenuto inaffidabile e prive di riscontri. Il mistero di chi abbia appiccato il rogo alla Guglielmo resta dunque irrisolto, un interrogativo sospeso che continuerà a pesare su una vicenda ancora avvolta nell’ombra.