Da Caino alla modernità, il racconto biblico si fa chiave esistenziale: tra filosofia, teologia e psicanalisi, un’indagine sull’amore, il tradimento e l’enigma irrisolto dell’umano
di Gianni MAZZEI
– PRESERRE (CZ) – 26 MARZO 2026 – Parlando di mito, Sallustio ebbe a dire “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre” ad indicare della necessità intrinseca e psicologica dell’uomo di avere sempre una spiegazione dinnanzi a ciò che ciò meraviglia e turba, a livello razionale, ontologico, per crearci, nel contempo, delle regole di vita e freni interiori per non perire, nella pazzia, solitudine e poter stare insieme agli altri, in comunità, per prosperare e non distruggerci.
Molti di questi miti, nel corso dei secoli, hanno avuto spiegazione scientifica come la nascita dei fulmini(Giove e le frecce),alcuni hanno subito interpretazioni suggestive in psicanalisi (la vicenda di Edipo) con valore terapeutico; altri uno spostamento di senso, attualizzandosi in momenti storici vicini a noi , come il mito di Ulisse e le Sirene (vedi Adorno).
Ma sempre resta la forza suggestiva del mito, e quella potenza, catartica direi, nell’immedesimarcisi per dare un senso, se non razionale , almeno di acquietamento psicologico dinnanzi al sacro, all’ineffabile, al deus absconditus, specie per quando concerne l’origine del mondo, la nascita dell’uomo e il suo senso di stare sulla terra.
Gennaro Maria Guaccio, autore del libro “Un selvaggio di nome Caino”, edito da Macabor nel 2026, sa che nessun filosofo, scienziato, teologo ha potuto darci o può darci una spiegazione rigorosamente razionale su questo aspetto metafisico.
Basta pensare a Platone che per dire cosa sia il tempo usa un linguaggio altamente poetico “l’immagine mobile dell’eternità”.
Noi restiamo sempre frastornati e meravigliati,(come lo era Kant sul cielo stellato), su questo aspetto fondante della nostra esistenza e del perché della stessa.
Oscilliamo, come fanno le più grandi menti ,ognuna nel proprio campo, da Platone ad Einstein, tra una possibile anzi necessaria certezza della divinità da cui il mondo ha origine (non potendo la mirabile armonia dell’universo essersi formata a caso) ad una perplessità di ordine morale: perché la sofferenza, specie gratuita di chi è innocente, in questo nostro mondo?
Dovremmo sospendere il giudizio e restare agnostici.
Gennaro Maria Guaccio, pur sapendo che grandi teologici, come Bultmann, vedono l’impostazione letteraria del vecchio e nuovo Testamento come un grande mito, non lo dichiara apertamente, perché tale presenza gli serve come grande forza emotiva e narrativa per ribadire ciò che è la diversità, esistenziale e ontologico, dell’uomo,la sua libertà di poter scegliere, fino a distruggersi.
E si destreggia, con grande disinvoltura, sia con l’aspetto semantico della lingua , ebraica (con parole aramaiche) per spiegare termini fondamentali, sia nel riportare episodi chiave della Bibbia (il vecchio Testamento), per sostenere una tesi, fondamentale nel rapporto individuale con se stesso, con l’altro, tra comunità e altra comunità: l’amore, vista come fedeltà e tradimento, che richiama il perdono, ma anche la perdizione. È il concetto di alleanza tra Dio e il popolo eletto, Israele, declinato poi nell’amore tra persone e nella nostra comunità umana.
A questo aspetto essenziale sono connesse strategie, ambiguità, accorgimenti che possono sembrare tranelli (vedi Rebecca che inganna Isacco per aiutare il figlio Giacobbe ad ottenere la primogenitura da Isacco a discapito del fratello maggiore Esaù) e invece possono essere letti come esempio di protezione, dolce lungimiranza per una famiglia e per la specie.

Lo stesso si dica della storiella riportata della trattativa di Mosè con Dio per i comandamenti: da 50 fino ad arrivare, in una esteniante mediazione, fino a dieci!
Guaccio sposta l’evoluzionismo dell’universo ( già presente in Agostino che egli cita: i semi della creazione immessi come germi che maturano man mano e poi ripreso da altri fino allo scienziato teologo P. T. De Chardin) dall’aspetto esterno, a quello interno, intrinseco dell’uomo: l’essere umano ha bisogno di discontinuità, per evolversi, per completare la sua metamorfosi: ciò avviene nel patto di Alleanza tra Dio e l’uomo, singolo e come comunità, di amore: si rompe per volontà dell’uomo e Dio a volte è paziente e perdona, a volte distrugge come Sodoma e Gomorra, come il diluvio universale: ma sempre di riconcilia.
È in questi distacchi (peccato, per Agostino: aversio a Deo ete conversio ad creaturam) che si evolve l’uomo, tra momenti di afflato con Dio e se stesso e momenti di grande solitudine come Caino e il suo alter ego Abele, anticipando il concetto di ombra di Giordano Bruno, Nietzsche, Jung.
Avviene, naturalmente, sempre in quel misticismo propizio che fa da scudo alla luce crudele della ragione, come lo è la nube che protegge il cammino dell’arca del sancta sanctorum o ciò che Galimberti, più volte citato dall’autore di questo saggio, dice a proposito del sacro, svilito nella sua sacralità e incomprensibilità (la lingua del divino dev’essere incomprensibile) da alcuni aspetti scadenti derivanti dal Concilio Vaticano secondo: la mancanza del latino, del canto gregoriano, della veste talare.
Dopo tale impianto, Guaccio, con grande garbo di impostazione ed equilibrio applica tale dualità amore/ tradimento, in tutte le possibili sfumature: psicologiche e letterarie, a casi presi dalla Bibbia, la politica, storia, mito, poesia , letteratura, psicanalisi e finanche dalla cronaca dei nostri giorni( tipo la principessa Diana).
Alla fine, riprendendo l’analisi di Bultmann , in questa demitizzazione, l’uomo ritorna più autentica creatura dinnanzi a Dio, giacché traduce il mito in categorie esistenziali (la scelta, l’autenticità, la fede) e sa cogliere il Kerygma (l’annuncio della parola di Dio) al di là dalle immagini.
Ritengo questo saggio ben equilibrato nelle ripartizioni e con spunti di grande riflessione e godimento estetico per ciò che sapientemente cita.