IL DOLORE SENZA VOCE A CATANZARO: MADRE E TRE FIGLI SALUTATI TRA LACRIME E SILENZI. IL PADRE PORTA IN SPALLA LA BARA DEL NEONATO, CITTÀ IN LUTTO. UNA TRAGEDIA CHE SCUOTE COSCIENZE E COMUNITÀ
Nella Basilica dell’Immacolata l’ultimo saluto alla 46enne e ai suoi tre figli morti dopo il gesto estremo. Il padre rientrato da Genova accompagna il feretro del più piccolo. Presente l’intera città, proclamato il lutto cittadino
di REDAZIONE
Foto: ANSA.IT CALABRIA
– CATANZARO – 25 APRILE 2026 – Un silenzio carico di commozione ha avvolto il sagrato della Basilica dell’Immacolata di Catanzaro, dove familiari, amici e semplici cittadini si sono ritrovati per dare l’ultimo saluto alla donna di 46 anni e ai suoi tre figli. Le bare, due bianche e quella della madre al centro, sono state accolte da un lungo applauso all’ingresso in chiesa, segno di una partecipazione collettiva che ha attraversato l’intera comunità.
Il gesto del padre
Tra le immagini più strazianti della giornata, quella del marito della donna e padre dei bambini, rientrato da Genova, dove era accanto alla figlia maggiore di sei anni sopravvissuta e ricoverata in rianimazione. È stato lui a portare sulle spalle la bara del figlio più piccolo, di appena quattro mesi. Poi si è inginocchiato accanto al feretro del bambino di quattro anni, rimanendo in silenzio, raccolto nel suo dolore.
All’ingresso in chiesa è stato abbracciato dal sindaco Nicola Fiorita, in un momento di intensa umanità che ha segnato l’intera cerimonia.
Una città ferita
L’amministrazione comunale ha proclamato il lutto cittadino, mentre centinaia di persone hanno voluto essere presenti per testimoniare vicinanza alla famiglia. “Un dolore che non può lasciare indifferenti”, è stato il sentimento condiviso tra i presenti, in una città che si è stretta attorno a una tragedia difficile da comprendere.
Le esequie
Le esequie sono state officiate dall’arcivescovo Claudio Maniago. Durante l’omelia, il richiamo al senso di comunità e alla necessità di non lasciare sole le fragilità: “Oggi siamo qui non solo per piangere, ma per interrogarci come comunità”, ha sottolineato.

















