ERGASTOLO BIS PER MANCUSO, BOMBA NELL’AUTO DEL BIOLOGO VINC A LIMBADI: LA CORTE D’APPELLO CONFERMA LA CONDANNA
Nuova pronuncia dei giudici dopo il rinvio della Cassazione: carcere a vita per Rosaria Mancuso, ritenuta tra i mandanti dell’omicidio. Esclusa l’aggravante mafiosa: per la Corte fu una faida privata degenerata in violenza estrema
di REDAZIONE
– LIMBADI (VV) – 27 APRILE 2026 – La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato l’ergastolo per Rosaria Mancuso, ritenuta tra i mandanti dell’omicidio di Matteo Vinci, il biologo di 42 anni ucciso il 9 aprile 2018 a Limbadi con un ordigno piazzato nella sua auto.
Nell’attentato rimase gravemente ferito anche il padre della vittima, Francesco Vinci, sopravvissuto all’esplosione.
La sentenza arriva dopo il rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, che aveva annullato con rinvio la precedente condanna nei confronti della Mancuso, imponendo un nuovo giudizio d’appello.
Il quadro delle condanne
Nel medesimo processo risultano già definitive le pene per altri imputati: Domenico Di Grillo: 6 anni di reclusione; Lucia Di Grillo: 3 anni di reclusione; Vito Barbara: ergastolo. La Cassazione aveva già confermato queste condanne nel giugno scorso, lasciando aperta solo la posizione della Mancuso.
“Una contesa tra vicini”
Secondo quanto ricostruito nelle sentenze, il delitto non sarebbe maturato in un contesto di criminalità organizzata. I giudici hanno infatti escluso l’aggravante mafiosa, individuando il movente in una “contesa tra vicini”, segnata da una “forte e prolungata conflittualità, degenerata in odio reciproco”. Una ricostruzione che ridimensiona il quadro mafioso ma non la gravità dei fatti: un omicidio pianificato con modalità da attentato.
La voce della difesa
La famiglia Vinci è assistita dall’avvocata Giovanna Fronte, che ha seguito tutte le fasi del procedimento.Fonti legali vicine ai familiari parlano di una decisione che “restituisce un primo senso di giustizia dopo anni di dolore e battaglie giudiziarie”.
Un caso simbolo
L’omicidio di Matteo Vinci resta uno dei casi più inquietanti della cronaca calabrese recente: un’esecuzione costruita con un’autobomba, ma nata – secondo i giudici – da dinamiche personali e non da logiche di ‘ndrangheta.Una linea interpretativa destinata a far discutere, soprattutto in un territorio dove il confine tra faide private e criminalità organizzata è spesso sottile.

















