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DOPO LE POMPE A SECCO IL RISCHIO DEGLI SCAFFALI VUOTI IN CALABRIA, E INTANTO L’AZZARDO BRUCIA 17 MILIONI AL GIORNO


La protesta di agricoltori e autotrasportatori mette sotto pressione la distribuzione alimentare. I supermercati rischiano difficoltà nei rifornimenti, mentre cresce l’incertezza tra famiglie e imprese. Sullo sfondo il paradosso di una regione che fatica ad arrivare a fine mese, ma continua ad affidare miliardi di euro alle scommesse

di REDAZIONE

 –  PRESERRE (CZ) –  16 OTTOBRE 2026 –  Dopo le pompe di benzina a secco, il prossimo rischio è quello degli scaffali vuoti nei supermercati. La protesta che sta attraversando la Calabria, con la mobilitazione degli agricoltori e il fermo degli autotrasportatori contro il caro carburante, potrebbe produrre nei prossimi giorni nuove conseguenze sulla distribuzione dei beni alimentari. Il problema riguarda soprattutto i prodotti freschi, per i quali sono indispensabili consegne frequenti e una catena logistica regolare.

Il fermo proclamato dal 16 al 20 ottobre e i presìdi organizzati in diversi punti strategici della regione alimentano l’incertezza sui tempi di approvvigionamento. Non si tratta ancora di una carenza generalizzata di merci, ma di un rischio concreto qualora le difficoltà nei trasporti dovessero prolungarsi.

Le prime conseguenze della crisi sono già visibili sulla rete dei carburanti. In diverse località calabresi, a cominciare da Cosenza e Vibo Valentia, numerosi distributori hanno esaurito benzina e gasolio, mentre gli automobilisti si sono ritrovati in coda davanti alle poche pompe ancora operative. Alle proteste locali si sono aggiunte le difficoltà provocate dal blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto, un nodo importante per i rifornimenti del Mezzogiorno.

Ma il carburante è soltanto il primo anello di una catena economica molto più complessa. Se i camion non riescono a circolare regolarmente, o se le consegne vengono rinviate senza una data certa, il problema finisce inevitabilmente per trasferirsi sui punti vendita.

Non tutti i supermercati, naturalmente, si trovano nelle stesse condizioni. Le attività che dispongono di depositi propri, scorte consistenti e rapporti diretti con i produttori possono affrontare periodi di interruzione più lunghi. Più esposte sono invece le strutture organizzate su rifornimenti frequenti, con magazzini ridotti e una rotazione molto elevata delle merci.

Bastano alcuni giorni di mancato arrivo dei camion per compromettere la disponibilità dei prodotti più richiesti. Frutta, verdura, latticini e altri alimenti deperibili rappresentano la parte più vulnerabile di questo sistema.

C’è poi un’altra conseguenza, meno visibile ma altrettanto significativa: la paura.

L’incertezza sulle forniture può modificare i comportamenti di acquisto, provocando un’iniziale contrazione dei consumi e, successivamente, una possibile corsa alle scorte. Un meccanismo che rischia di amplificare le difficoltà logistiche, perché scaffali momentaneamente meno riforniti possono essere interpretati come il segnale di una carenza destinata a durare.

Il quadro è particolarmente delicato per una regione nella quale agricoltura, commercio e trasporti rappresentano componenti essenziali dell’economia. Gli agricoltori denunciano costi di produzione sempre più difficili da sostenere, gli autotrasportatori contestano l’incidenza del carburante sui bilanci aziendali e i commercianti temono di subire le conseguenze di una paralisi che non dipende dalle loro scelte.

La protesta, dunque, non può essere liquidata come un semplice problema di viabilità. Dietro i trattori e i camion fermi ci sono imprese che chiedono condizioni economiche sostenibili e lavoratori che denunciano l’impossibilità di continuare a operare con margini sempre più ridotti.

Il governo ha convocato un confronto con il settore dell’autotrasporto per il 27 ottobre, ma il calendario delle istituzioni rischia di procedere a una velocità diversa da quello dell’economia reale. Per un’attività commerciale che attende una consegna o per un’azienda agricola che deve portare il proprio prodotto sul mercato, anche pochi giorni possono fare la differenza.

Eppure, in questa Calabria attraversata dalla protesta e dall’incertezza economica, esiste un’altra cifra che meriterebbe altrettanta attenzione: quella del gioco d’azzardo.

Secondo i dati relativi al 2025, elaborati da Libera e Federconsumatori, nella regione la raccolta complessiva del gioco, tra canali fisici e online, ha raggiunto circa 6,17 miliardi di euro. Significa una media di quasi 17 milioni di euro giocati ogni giorno. Una cifra impressionante, soprattutto se confrontata con le difficoltà economiche denunciate da una parte crescente del tessuto produttivo.

Un fenomeno che interroga profondamente la società calabrese

Perché una regione che protesta contro il costo della vita e la progressiva erosione del potere d’acquisto continua a destinare volumi così elevati di denaro all’azzardo?

La risposta non può essere semplicistica, né trasformarsi in un giudizio morale sui cittadini. Il gioco non nasce sempre dalla povertà e non tutti coloro che giocano vivono una condizione di disagio. Ma esiste una dimensione psicologica e sociale che non può essere ignorata.

Per alcune persone, soprattutto quando il futuro appare chiuso e le opportunità sembrano ridursi, l’azzardo può trasformarsi nell’illusione di una via d’uscita. Il biglietto del Gratta e Vinci, la schedina o la puntata online diventano allora qualcosa di diverso da un semplice passatempo: la possibilità immaginata di cambiare improvvisamente la propria condizione.

È il paradosso della speranza affidata al caso. Quando diminuisce la fiducia nella possibilità di migliorare la propria vita attraverso il lavoro, la prospettiva di una vincita può assumere un’attrattiva maggiore. Ma una promessa affidata alla fortuna non rappresenta una risposta alla precarietà economica. Nei casi più gravi, il gioco problematico può aggravare l’indebitamento e compromettere gli equilibri familiari.

C’è anche una questione pubblica che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Lo Stato ricava entrate fiscali dal gioco legale, mentre sostiene politiche di prevenzione e contrasto alla dipendenza da azzardo. Una contraddizione che impone almeno una domanda: quanto spazio occupa, nelle politiche economiche e sociali, la tutela delle persone più vulnerabili rispetto alla convenienza fiscale del settore?

In questo contesto, anche una scelta collettiva di scioperare contro le giocate potrebbe diventare davvero una forma di protesta civile, oltre che un gesto di tutela del reddito familiare. Non una soluzione automatica ai problemi degli agricoltori o degli autotrasportatori, ma un’occasione per riflettere su dove finiscono le risorse economiche dei cittadini e su quali aspettative alimentano determinati consumi.

La Calabria si trova così davanti a due emergenze differenti, che raccontano però una medesima fragilità. Da una parte l’economia produttiva, che fatica a sostenere i propri costi e chiede risposte. Dall’altra una parte della società che rischia di cercare nella fortuna ciò che non riesce più a intravedere nelle opportunità reali.

E intanto la protesta continua

Il problema non è soltanto capire per quanti giorni ancora potranno circolare regolarmente i camion o quanto tempo impiegheranno le merci ad arrivare sugli scaffali. È comprendere perché interi settori economici debbano arrivare alla paralisi per rendere visibili difficoltà che denunciano da tempo.

Anche l’informazione ha una responsabilità. Raccontare i presìdi, le code ai distributori e le testimonianze drammatiche degli agricoltori è necessario, ma non sufficiente. La cronaca deve diventare occasione per porre domande precise, chiedere risposte verificabili e mantenere alta l’attenzione anche quando le immagini della protesta scompaiono dai telegiornali.

Perché oggi il problema sono le pompe a secco. Domani potrebbero essere gli scaffali vuoti. Ma la vera emergenza è il rischio che, insieme alle risorse economiche, si esaurisca anche la fiducia dei cittadini nella possibilità di un futuro migliore.

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