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DA 58 ANNI DI CELLA AL FINE PENA NEL 2028: IL CASTELLO ACCUSATORIO CONTRO IL PRESUNTO BOSS GALLACE SI SFARINA NEI TRIBUNALI. E LA DIFESA CHIEDE LA REVOCA DEL 41-BIS

La Corte d’Appello di Roma dichiara l’inefficacia della custodia cautelare per l’operazione Tritone dopo il chiarimento della Cassazione sulla non definitività del reato associativo. Tra assoluzioni e rinvii, per l’imputato resta solo una condanna a tre anni

di REDAZIONE

 –  GUARDAVALLE (CZ) –  19 LUGLIO 2026 –  Un cumulo iniziale che sfiorava i sessant’anni di reclusione si è progressivamente ridotto a un residuo detentivo inferiore ai tre anni. La complessa parabola giudiziaria di Bruno Gallace, cinquantaquattrenne originario di Guardavalle, ha fatto registrare una svolta sostanziale con il pronunciamento della Corte d’Appello di Roma. I giudici capitolini, recependo le istanze sollevate dai difensori, hanno dichiarato inefficace la misura cautelare in carcere emessa a suo tempo nell’ambito dell’inchiesta Tritone. Gallace non riacquista la libertà materiale unicamente perché si trova in fase di espiazione di una condanna definitiva legata a un filone processuale parallelo, denominato Molo 13, la cui conclusione è formalmente prevista per il 2028. Il quadro complessivo, che in primo grado vedeva l’imputato gravato da tre distinte sentenze per complessivi cinquantotto anni di carcere distribuiti tra le sedi di Roma, Reggio Calabria e Catanzaro, è uscito profondamente ridefinito dai successivi gradi di giudizio.

L’intreccio romano di Tritone e il nodo del termine massimo

Nel filone processuale istruito nella capitale, l’imputato aveva subito una condanna in primo grado a vent’anni di reclusione, verdetto poi confermato in seconda istanza. Tuttavia, una prima decisione della Corte di Cassazione datata 11 febbraio 2025 aveva annullato con rinvio la sentenza d’appello, eccependo vizi di legittimità sulla contestazione di associazione mafiosa, sull’aggravante dell’agevolazione e sui calcoli del trattamento sanzionatorio per gli stupefacenti. Nel successivo giudizio di rinvio, celebratosi il 24 luglio 2025, la Corte d’Appello di Roma aveva conseguentemente fatto cadere l’accusa di cui all’articolo 416-bis del codice penale, rimettendo gli atti alla pubblica accusa per diversità del fatto e rideterminando la pena residua in diciotto anni, cinque mesi e dieci giorni. Già nell’agosto del 2025, su ricorso degli avvocati Raffaella Graziani e Vincenzo Cicino, i magistrati romani avevano preso atto del superamento dei termini massimi di custodia cautelare per il reato di mafia, mantenendo comunque l’imputato in cella per i restanti capi d’accusa.

Il chiarimento della Cassazione e la scarcerazione formale

Il punto di svolta definitivo per la custodia cautelare nel Lazio si è concretizzato in seguito alla pronuncia della Prima Sezione penale della Corte di Cassazione del primo luglio 2026, che ha disposto un nuovo annullamento con rinvio limitatamente al capo 35, concernente l’ipotesi di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti prevista dall’articolo 74 del Dpr 309 del 1990. Di fronte a un’incertezza interpretativa del dispositivo, il 6 luglio 2026 la Quarta Sezione penale della Corte d’Appello di Roma ha formalizzato una richiesta di chiarimento alla Suprema Corte ai sensi dell’articolo 624 del codice di procedura penale. Con ordinanza successiva del 9 luglio 2026, la Cassazione ha specificato che l’affermazione di responsabilità penale per quel reato non era passata in giudicato. Tale statuizione ha permesso agli avvocati Giorgio Vianello Accorretti e Vincenzo Cicino di chiedere l’estensione dell’inefficacia cautelare ai reati satellite dei capi 36 e 44. Il 17 luglio 2026, la Corte d’Appello di Roma ha decretato la perdita di efficacia della misura per decorrenza dei tre anni di custodia, ordinando la scarcerazione dell’imputato per questa causa.

I verdetti di Reggio Calabria e Catanzaro

Parallelamente alle vicende capitoline, la posizione di Gallace ha subìto radicali modifiche anche nei tribunali calabresi. Nel processo celebrato a Reggio Calabria, a fronte di una condanna iniziale a vent’anni, la Corte d’Appello ha pronunciato l’assoluzione dall’accusa di associazione finalizzata al narcotraffico, riqualificando la condotta in un singolo episodio di spaccio ex articolo 73 e fissando la pena a otto anni, successivamente limata a cinque anni e sei mesi in sede di rinvio dopo il vaglio della Cassazione, con conseguente ordine di scarcerazione per quel titolo. Nel procedimento Molo 13, istruito a Catanzaro, i diciotto anni del primo grado per associazione a delinquere ed episodi di cessione aggravati dal metodo mafioso si sono trasformati in appello in un’assoluzione dal reato associativo. La condanna è stata ridotta a tre anni di reclusione per i soli reati ordinari di detenzione e spaccio. Questo specifico verdetto, divenuto definitivo, costituisce l’unico titolo esecutivo residuo che mantiene l’uomo all’interno della struttura carceraria. Il collegio difensivo, composto dagli avvocati Vincenzo Cicino, Giorgio Vianello Accorretti, Francesca Vianello e Raffaella Graziani, ha avviato le procedure per richiedere la revoca del regime di 41-bis a cui Gallace è sottoposto, evidenziando il venir meno di titoli definitivi per associazione mafiosa con ruoli di vertice. Il procedimento relativo ai capi d’accusa rinviati dalla Cassazione per il processo Tritone dovrà essere ridefinito in un nuovo giudizio.