CUSTODI DEL SEGRETO: LA CALABRIA E IL MISTERO DEI SAMPAVULÀRI, ANTICHI DOMATORI DI SERPENTI (CON VIDEO)
In un documentario del giornalista Francesco Pungitore un viaggio nel cuore di una tradizione dimenticata, dove fede e folklore si intrecciano nel segno di San Paolo, svelando un rituale che ha animato le piazze dei borghi calabresi fino al Novecento. Tra antropologia, simbolismo, ricostruzioni IA e testimonianze orali
di REDAZIONE
– PRESERRE (CZ) – 29 AGOSTO 2025 – Chi erano i Sampavulàri, misteriosi domatori di serpenti che per secoli hanno animato le piazze dei borghi calabresi? A questa domanda risponde il giornalista e docente di Scienze Umane Francesco Pungitore con un documentario che ne ricostruisce la figura, intrecciando fonti popolari, analisi antropologiche e suggestioni simboliche.
Con lunghi cappotti scuri e ceste piene di rettili, i Sampavulàri arrivavano nei paesi fino alla metà del Novecento. Al loro richiamo i serpenti sembravano obbedire: si sollevavano, si avvolgevano sulle braccia, diventavano protagonisti di un rito collettivo che mescolava paura e meraviglia. Figure liminali, rispettate e temute, incarnavano il confine tra fede e superstizione, tra mondo umano e animale.
Il nome stesso affonda le radici nella devozione a San Paolo, venerato come protettore contro i veleni. L’episodio biblico del morso di vipera a Malta, da cui l’apostolo uscì illeso, alimentò un culto popolare diffusissimo in Calabria. Così “San Paolo” divenne in dialetto “Sampàulu”, da cui “sampàvulu” per indicare la serpe, e infine “Sampavulàru”, colui che maneggiava i rettili.
Nel documentario Pungitore richiama testimonianze orali e memorie contadine, sottolineando come il “dono” del Sampavulàru fosse percepito come un privilegio raro, legato alla nascita durante le feste di San Paolo o trasmesso per stirpe. Ma bastava uccidere un serpente, ricordano le narrazioni, perché la facoltà svanisse. Una capacità fragile e misteriosa, che rendeva questi uomini diversi, a metà tra l’ordinario e il sacro.
Non solo folclore, ma anche simbolismo universale. Il serpente, ricorda Pungitore, è una delle figure più ambivalenti della cultura umana: minaccia e oscurità, ma anche rigenerazione e guarigione. Nei culti mediterranei e nelle scritture sacre incarna tanto il pericolo quanto la protezione divina. Il Sampavulàru, maneggiandolo in pubblico, trasformava l’alterità che spaventava in spettacolo e protezione comunitaria.
Grazie anche all’uso dell’intelligenza artificiale, che ha permesso di ricostruire visivamente atmosfere e situazioni perdute nel tempo, il documentario offre uno sguardo inedito su una figura che appartiene alla memoria orale e al patrimonio culturale calabrese. Una presenza che, come sottolinea Pungitore, “ricorda ai paesi della nostra terra che l’ordine umano non è mai del tutto separato dal caos naturale e dall’ignoto che ci circonda”.

















