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“COMPLESSITÀ UMANA. LINEARITÀ ARTIFICIALE”, ECCO IL NUOVO LIBRO DEL GIORNALISTA CALABRESE FRANCESCO PUNGITORE: UNA RIFLESSIONE SULL’UMANO NELL’EPOCA DELLE INTELLIGENZE ARTIFICIALI


Il docente di Catanzaro mette in dialogo Damasio, Pascal, Heidegger e l’effetto ELIZA per dire che cosa resta dell’umano quando le macchine imparano a parlare

di REDAZIONE

 –  PRESERRE (CZ) –  23 MAGGIO 2026 –  Pubblicato il volume Complessità umana. Linearità artificiale, nuovo lavoro saggistico di Francesco Pungitore, giornalista, docente di Filosofia, Psicologia, Scienze umane, Storia e Tecniche di Comunicazione, formatore e divulgatore esperto in intelligenza artificiale. Centonovantadue pagine in cui l’autore — calabrese di Catanzaro, con un lungo passato romano e da quasi un decennio piemontese — sostiene una tesi netta: l’avvento dei modelli linguistici e della cosiddetta intelligenza artificiale generativa non rende meno urgente la domanda sull’uomo. La rende, anzi, decisiva.

Professor Pungitore, il libro si apre con una scena di sala riunioni: un manager non riesce a riempire il quadrante “minacce” di una SWOT su sé stesso. Perché partire da lì, e non dalla filosofia o dalle macchine?

Perché la SWOT, dentro un libro che parla d’altro, funziona come un esperimento mentale rovesciato. Quel foglio diviso in quattro quadranti — punti di forza, debolezze, opportunità, minacce — è la cristallizzazione della razionalità manageriale del Novecento: tutto ciò che esiste deve poter entrare in una griglia. Ma sotto la voce “minacce”, chiedendo a quell’uomo di parlare di sé, affiorano la paura antica, l’angoscia domenicale, i lutti non elaborati, la stanchezza che non passa più con il riposo. Niente di tutto questo entra nel quadrante, perché la SWOT è un’astrazione. Il fallimento della griglia è la verità più profonda di quella scena: ci dice molto di noi non perché ci descrive, ma perché fallisce nel descriverci. Partire da lì significa dichiarare subito il metodo del libro: non andare a cercare l’umano nei luoghi dove è già stato addomesticato, ma dove resiste.

Il riferimento più ricorrente, fin dalle prime pagine, è ad Antonio Damasio e al suo L’errore di Cartesio del 1994. Perché un libro del 2026 sull’intelligenza artificiale dovrebbe ancora fare i conti con un dualismo seicentesco?

Perché quel dualismo non è morto. Si è solo travestito. Il cogito ergo sum cartesiano fonda un’antropologia in cui l’uomo è anzitutto res cogitans, cosa pensante, e tutto il resto — il corpo, l’emozione, l’inquietudine — è una “passione” che la ragione ben temprata deve imparare a dominare. Quella frattura ha attraversato tre secoli e mezzo: il razionalismo per perfezionarla, l’Illuminismo per farne un programma politico, il management per declinarla in strumento organizzativo. Damasio, dalla sua clinica, ha mostrato il contrario: i pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale conservano il quoziente intellettivo, la memoria, il linguaggio, le capacità logiche — eppure non riescono più a decidere adeguatamente nella vita quotidiana. La ragione pura, senza la spinta affettiva, non sceglie nulla. Resta sospesa. Oggi questa intuizione clinica diventa decisiva: le macchine che chiamiamo “intelligenti” sono precisamente la realizzazione del sogno cartesiano — un cogito senza corpo, una ragione senza ferita. Quando guardiamo loro, in realtà, guardiamo l’ombra lunga di un’idea che credevamo nostra.

Nel libro lei dedica pagine importanti all'”effetto ELIZA”. Cosa significa, e perché oggi è più attuale di quanto fosse nel 1966, quando Joseph Weizenbaum scrisse quel programma?

ELIZA era elementare: imitava uno psicoterapeuta rogersiano riformulando le frasi dell’utente in forma di domanda. Eppure le persone, anche sapendolo, si attaccavano emotivamente. La segretaria di Weizenbaum, che aveva visto il professore costruirlo riga per riga, gli chiese un giorno di uscire dalla stanza per “parlare con ELIZA in privato”. Alcuni psichiatri, ricorda lo stesso Weizenbaum, immaginarono di usarlo su larga scala come strumento terapeutico. Weizenbaum ne rimase sconvolto, e nel 1976 scrisse un libro durissimo — Computer Power and Human Reason — per ricordare che esiste una differenza irriducibile tra calcolo e giudizio. L’effetto ELIZA, cioè la tendenza dell’essere umano ad attribuire interiorità a un sistema che produce linguaggio coerente, era già un fenomeno serio sessant’anni fa. Oggi è diventato un problema di civiltà. Davanti a un grande modello linguistico, che produce un testo infinitamente più sofisticato di ELIZA, la nostra disponibilità a credere che “ci sia qualcuno dall’altra parte” è strutturale, non episodica. Il libro prova a tenere il punto: il fatto che una macchina simuli bene una conversazione non significa che dentro la macchina qualcuno la stia avendo.

Nel capitolo dedicato all’IA — “Lo specchio che non specchia” — lei sceglie di dare la parola, e con generosità, all’obiezione materialista: a Dennett, ai Churchland, a Metzinger. Perché ospitare nel proprio libro l’argomento più ostile alla propria tesi?

Perché una tesi che non ascolta la propria obiezione più forte non è una tesi: è una predica. Il materialismo eliminativo non è un avversario di paglia: è la posizione filosofica più rigorosa con cui la mia tesi deve fare i conti. Se Dennett ha ragione e il “teatro interiore” è un’illusione utile prodotta dal cervello; se i Churchland hanno ragione e la nostra psicologia ordinaria è un linguaggio provvisorio destinato a essere superato dalle neuroscienze come l’alchimia è stata superata dalla chimica; se Metzinger ha ragione e l’io è soltanto una “interfaccia operativa” — allora la differenza tra noi e i sistemi artificiali si assottiglia parecchio. Ho cercato di prendere sul serio questa obiezione, non di girarci intorno. La risposta che propongo non è che il materialismo sbagli sui meccanismi. È che la descrizione meccanica, per quanto raffinata, non esaurisce ciò che accade in prima persona quando un essere umano patisce, ricorda, promette, si vergogna, chiede perdono, si trova davanti alla morte di chi ama. Esiste un punto di vista dall’interno che la terza persona non cattura. Quel punto di vista è ciò che nel libro chiamo “qualcuno”.

Il libro è dedicato ai suoi studenti. Quanto pesa, nella scrittura, l’esperienza dell’aula?

Pesa moltissimo, ed è la ragione più onesta per cui ho scritto questo libro. In una classe, ogni giorno, vedi ragazzi che portano in aula più di quanto l’aula possa contenere. Una ferita d’origine. Un lutto recente. Un padre che non vede. Un amore non ricambiato. Una domanda di senso che non sa di esserlo, e che si presenta con il volto della stanchezza, della distrazione, della rabbia, talvolta del silenzio. Quei ragazzi mi hanno insegnato, prima dei filosofi che cito nelle pagine del libro, che l’umano non è una struttura semplice: è una struttura abitata. E ciò che la abita non si lascia mai ridurre a quel che, di esso, possiamo misurare. Una scuola che insegua soltanto la performance, o peggio voglia “ottimizzare” le persone come si ottimizza un processo, tradisce questa evidenza elementare. Per questo la dedica non è un omaggio retorico: è un debito.

Tra i capitoli più sorprendenti c’è “La ferita di Chirone”, il centauro saggio che cura gli altri ma non può guarire sé stesso. Un mito antico dentro un libro che parla anche di reti neurali. Perché questa scelta?

Perché un mito non dimostra: mostra. Chirone, nelle fonti classiche, è figlio di una madre che lo respinge, allevato da Apollo, ferito da una freccia avvelenata di cui non può guarire — e diventa proprio per questo il maestro di medicina dell’antichità. Jung ne fece l’archetipo del “guaritore ferito”, e tutta la psicoterapia onesta, da Jung a Hillman fino a van der Kolk, ha riconosciuto in quella figura una verità clinica precisa: chi accompagna un altro nel dolore non è chi quel dolore non lo conosce, ma chi lo ha attraversato e ne porta cicatrice. Ho scelto Chirone perché illumina un’asimmetria decisiva tra umano e macchina. Un sistema artificiale può “rispondere” su qualunque tema, perché non è ferito da nessuno di essi. Un essere umano risponde sempre da una ferita, e in quella ferita c’è la sua autorità. Le macchine possono simulare empatia con accuratezza crescente. Ma l’empatia non è un output: è una memoria di carne.

Lei è nato a Catanzaro, ha lavorato a lungo a Roma e da quasi dieci anni insegna in Piemonte. Quanto pesano, in un libro così, queste geografie?

Pesano tutte e tre, e non in modo decorativo. La Calabria è la matrice. È il luogo dove ho imparato che l’umano è prima di tutto vincolo — di famiglia, di terra, di memoria — e dove ho visto, da ragazzo, che la complessità delle vite reali non rientra mai nei modelli con cui le si vorrebbe leggere. Roma mi ha dato la grammatica del linguaggio pubblico: in redazione e accanto alle istituzioni si impara sulla propria pelle che cosa accade quando una vita umana viene compressa in venti righe di articolo, in una pratica, in una decisione politica. Ogni volta che ho dovuto raccontare una storia in venti righe ho sentito il peso di quel taglio: ogni vita era più larga del suo articolo. Il Piemonte mi ha dato l’aula, e con l’aula la possibilità — rara nel mestiere — di rallentare e di pensare. Senza il Sud non avrei la radice. Senza Roma non avrei lo sguardo. Senza il Nord non avrei avuto il tempo. Il libro nasce esattamente in questo triangolo.

Lei lavora da anni sull’intelligenza artificiale come divulgatore e formatore. Eppure, questo non è un manuale tecnico, né un saggio sulle “applicazioni”. È un’antropologia filosofica. Perché questa scelta, in un’epoca che chiede soprattutto istruzioni d’uso?

Perché chi spiega l’intelligenza artificiale soltanto come “strumento da usare bene” sta facendo metà del lavoro. Capire l’IA significa capire cosa essa imita, e cosa, imitandolo, ci costringe finalmente a definire. Per decenni la nostra cultura ha provato a definire l’umano per somma di prestazioni: capacità di calcolo, di linguaggio, di problem solving, di pattern recognition. Quando le prestazioni si possono replicare in silicio, quella definizione frana. Ciò che resta dell’umano — l’abisso, la ferita, il volto, il senso, il qualcuno — si vede meglio. È una soglia storica, e va attraversata con strumenti adeguati. Per questo nel libro chiamo accanto Eraclito, Pascal, Agostino, Heidegger, Frankl, Lévinas. Non come “autorità decorative”, ma come testimoni. Hanno tentato, ciascuno con la propria lingua, di nominare quel residuo che oggi torna ad essere la sola cosa che conta. L’irruzione dell’automa linguistico è anche un’occasione: l’occasione di dire con precisione chi siamo. Il compito più urgente, per come la vedo io, non è insegnare alle macchine a somigliarci sempre di più. È ricordare a noi stessi che cosa significa essere vivi.

Complessità umana. Linearità artificiale. Riflessioni su etica, tecnologia e destino dell’umano (ilmiolibro, Gruppo GEDI – la Repubblica, 2026) 196 pp., ISBN 979-12-228-1790-3, è ora disponibile in formato cartaceo su ilmiolibro.kataweb.it.

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