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“BENTORNATO MAESTRO”, MONTAURO RIABBRACCIA IL SUO POETA ACHILLE CURCIO


Dopo anni di assenza dovuta al lavoro, alla salute, ed ad incomprensioni con alcune amministrazioni comunali degli anni passati, ha fatto un ritorno trionfale nel luogo dove ha trascorso l’infanzia, descrivendo i giorni della sua vita felice

di Domenico NARDA

MONTAURO (CZ) –  7 SETTEMBRE 2023 – “Bentornato maestro……ci sei mancato” è stato il coro del pubblico montaurese che ha riabbracciato quest’estate nel “Palazzo Marchese Zizzi” il suo poeta Achille Curcio.

Dopo anni di assenza dovuta al lavoro, alla salute, ed ad incomprensioni con alcune amministrazioni comunali degli anni passati, il poeta novantenne ha fatto un ritorno trionfale nel luogo dove ha trascorso l’infanzia, descrivendo i giorni della sua vita felice, con liriche  che hanno commosso generazioni di compaesani.

Accolto dal all’associazione “Comitato A. Pisani” che ha organizzato l’incontro, dal sindaco Giancarlo Cerullo e dai consiglieri municipali, lo scrittore nell’occasione ha anche  presentato il suo ultimo lavoro “L’eremita di Sant’Anna” supportato dalla figlia Milly (critico e saggista) e da Luigi Tassoni (semiologo dell’università di Pecs).

“L’eremita di Sant’Anna” è solo una scusa per fare un tuffo nel passato e rivedere i tanti episodi che hanno segnato la sua vita già descritti in altre poesie dialettali e per le quali il maestro è tanto amato a Montauro.

Ovviamente la sua bibliografia  è cospicua e riguarda solo in parte la sua infanzia, ma i personaggi del paese, realmente esistiti, che hanno incrociato casualmente la sua vita, sono descritti con tale efficacia e con tale vividezza che sembrano ancora lì presenti tra le viuzze oramai semideserte di un borgo collinare che, come tanti altri in Calabria, soffre dell’abbandono e dello  spopolamento.

Nato a Borgia il 26 maggio del 1930 Achille Curcio si trasferisce a Montauro al seguito del padre segretario comunale rimanendoci per tutta l’infanzia (“a giovinezza mia durau nu jornu/e si strudiu jocandu pe sti strati/fujendu scazu senza mancu scornu/cu i cazi e a cammisa sbuttunati”) e trovando gli spunti che lo trasformeranno in quello che è oggi: uno dei più apprezzati poeti dialettali in Italia.

La descrizione delle feste in paese negli anni 30/40 del secolo scorso hanno qualcosa di magico, (…eranu i zampognari e Zimbariu/chi ‘ncignavanu all’arva la sonata/l’accumpagnava u figghiu de lu Briu/finu all’urtimi casi da vadhata), qualcosa che sembra essersi perso nel tempo.

Di questo ha parlato il maestro nel corso dell’ incontro e di episodi che gli hanno consentito il contatto con i suoi personaggi, come ad esempio del pescatore conosciuto col soprannome di “Chignu” (“non sapevamo neanche quale fosse il suo vero nome e cognome e comunque non aveva importanza”).

Lui bambino in vacanza con i genitori  al mare di Pietragrande (allora ci si arrivava con i carri trainati dai buoi o a piedi dai paesi in collina) si avvicina  ad un pescatore che sta pulendo le reti (lavoro meno nobile che pescare e retribuito con una manciata di “fragagghia”) e gli offre metà del suo biscotto.

 “E’ stata la mia investitura di poeta” ha raccontato Achille Curcio con gli occhi lucidi “perche i poeti sono poveri e non possono che parlare con i poveri”.

Quell’uomo povero oltre ogni dire e che viveva in paese, in un basso senza neanche una finestra, era “Chignu” che in cambio regala al bambino un cavalluccio marino rimasto impigliato nelle reti.

 L’inizio di un’amicizia e l’inizio di una nuova visione del mondo per l’autore che cita il personaggio tante volte nei suoi scritti come ad esempio ne “A ‘ntinna” – l’albero della cuccagna – messa in piedi in quegli anni per la festa del santo patrono di Montauro: “la prova mu sagghia facia prima Chignu/ma doppu du metri stancatu calava/nessuno pensava ca Chignu sbattia/m’arriva  mu pigghia la rrobba ‘mpenduta/non tanto pe jocu la cosa facia/ma sulu pe fama, pe fama patuta…”.

Ma la massima profondità di pensiero ed espressione artistica, secondo i suoi paesani, viene toccata dal maestro con la poesia “Tornandu a Montauru” per la quale qualcuno in sala ha proposto di inciderla sul marmo e collocarla nella piazza centrale.

Velata di una tristezza che mette in risalto i sentimenti più veri nei confronti dei luoghi importanti della sua esistenza, descrive gli angoli di un paesino suscitando intense emozioni – “ogni tantu m’acchiappa a nustalgia/e mu curu stu cora ormai malatu/’nte stu paisa tornu e ‘nte la via/chi mi vitta guagliuna spensieratu”-  Achille Curcio che ha vissuto il resto della sua vita a Catanzaro ma non riesce a dimenticare il suo passato – “c’è ancora a villa comun u barcuna/posatu apposta mu ti guardi ‘ngiru/duva l’oricchiu senta na canzuna/chi u mara manda comu nu sospiru”- quel modo di essere che non potrà tornare perché i tempi sono cambiati, molte di quelle persone ci hanno lasciati, e lo fa’ ben capire in chiusura della riflessione –“supa i scaluni de sta chiesa cara/restanu l’umbri de cumpagni e scola/e si arricchiu cu prica già mi para/canuscira ogni vucia ogni parola”-

 Come non spellarsi le mani tributando applausi convinti per le rime e gli aneddoti raccontati in sala  con lucida padronanza da questo signore novantenne dal portamento nobile, dall’aspetto ieratico, in questa estate calda e afosa, che sembrano perle di saggezza dispensate da un antico filosofo greco.

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