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ADDIO A GERARDO PAGANO, IL PRESIDE CHE FECE A SOVERATO DELLA SCUOLA UNA FINESTRA SUL MONDO

Scompare una figura che per generazioni di studenti ha incarnato la scuola, la cultura e il senso della comunità. E resta il ricordo di un’amicizia antica con Vincenzo Guarna, tra libri, Dante e discussioni mai davvero finite

Fonte: Fabio GUARNA (SOVERATONEWS.COM)

 – SOVERATO (CZ) –  19 SETTEMBRE 2026 –  Ci sono articoli che non si vorrebbero scrivere. E ce ne sono altri che, prima ancora di essere scritti, mettono in soggezione chi dovrebbe farlo. Si rimanda l’attacco, si cercano le parole, se ne scartano alcune e se ne provano altre, con il sospetto che, alla fine, la pagina possa restare al di sotto di ciò che avrebbe voluto raccontare. Questo è uno di quelli. Si è spento il Prof. Gerardo Pagano, per tutti, o almeno per alcune generazioni di soveratesi, semplicemente il Preside. E forse già questo basterebbe a dire molto. Ci sono qualifiche che si perdono con la pensione e altre che finiscono per aderire alla persona, diventandone quasi il nome. Gerardo Pagano apparteneva a questa seconda, sempre più rara, categoria. Scriverne è difficile anche per ragioni personali. Lo legava a mio padre, Vincenzo Guarna, un’amicizia antica, nata anche dalla comune esperienza di colleghi presidi e nutrita di scuola, di libri, di discussioni, di quella comune appartenenza a una generazione per la quale la cultura non costituiva un ornamento da esibire, ma un modo di stare al mondo. Pagano volle ricordarlo in più di un’occasione, con un affetto e una stima che la nostra famiglia non ha dimenticato. E allora, nello scrivere oggi di lui, si avverte anche una specie di debito. E insieme quella cautela che prende quando si teme che il ricordo, passando sulla carta, perda qualcosa per strada. Forse anche per questo è un articolo che avremmo preferito non dover mai scrivere. La storia di Gerardo Pagano è, del resto, un pezzo non piccolo della storia di Soverato e della Calabria di un tempo.

Fu sindaco di Soverato ed esponente della Democrazia Cristiana, appartenendo a quella stagione della Prima Repubblica nella quale la politica, soprattutto nei paesi e nelle piccole città del Mezzogiorno, poteva essere il naturale approdo di persone che avevano studiato, letto, discusso e maturato una propria idea della società e delle istituzioni. Non era, naturalmente, un’età perfetta, come nessuna lo è stata. Ma esisteva una classe dirigente per la quale la politica non era necessariamente una professione, un lavoro da intraprendere e conservare. Poteva essere, ed era spesso, il prolungamento di un impegno civile esercitato altrove, nella scuola, nelle professioni, nella cultura, nella vita delle comunità. Pagano apparteneva a quel mondo e ne possedeva la misura, la preparazione e un senso rigoroso delle istituzioni. Ma è soprattutto alla scuola che il suo nome rimane legato. Per decenni fu preside del Liceo scientifico di Soverato e lo fu in un modo che oggi definiremmo innovativo, quando questa parola non era ancora diventata obbligatoria in ogni progetto scolastico. Aveva capito assai presto che una scuola non poteva vivere soltanto di programmi, registri, interrogazioni e scrutini. Bisognava aprire finestre. E lui le aprì davvero. Fu tra i primi a promuovere esperienze e viaggi fuori dall’Europa, scambi e occasioni capaci di portare ragazzi cresciuti in una cittadina e nei paesi della costa ionica a misurarsi con un mondo che allora sembrava immensamente più lontano di quanto non appaia oggi. Per molti studenti significò scoprire che oltre l’orizzonte consueto esistevano altre scuole, altre città, altri modi di vivere e persino altri modi di immaginare il proprio futuro.

Era, in fondo, la maniera migliore di fare scuola. Far nascere curiosità, allargare i confini, persuadere i ragazzi che il luogo dal quale si parte non deve necessariamente coincidere con quello nel quale si è destinati a rimanere. Quanto scrivo di Pagano non appartiene soltanto alla storia pubblica di una scuola o alla memoria, inevitabilmente un po’ solenne, che accompagna la scomparsa di un suo Preside. Entrano anche nella storia della mia famiglia. Mia madre, Adelaide Liliana Arena, insegnante di Storia e Filosofia, lavorò in quel Liceo negli anni della presidenza Pagano e ne conobbe dunque da vicino, come docente, il modo di intendere e governare la scuola. È un particolare privato, certo, e tale potrebbe rimanere.

Ma credo che molte famiglie di Soverato e dintorni potrebbero raccontare qualcosa di simile. Chi leggerà queste righe forse ricorderà un figlio partito per uno di quei viaggi, una riunione, una decisione, una cerimonia. Qualcun altro ritroverà un professore, una classe, un compagno. Altri, più semplicemente, ritroveranno se stessi ragazzi nei corridoi di quel Liceo e, in fondo al ricordo, la figura del Preside. È così che una presenza durata decenni smette di appartenere soltanto alla biografia di un uomo ed entra, quasi senza che ce ne si accorga, nella biografia di una comunità. A lui si deve anche la volontà di intitolare il Liceo scientifico ad Antonio Guarasci. Non fu soltanto la scelta di un nome da collocare sopra un ingresso o sulla carta intestata di un istituto. C’era, in quella decisione, l’idea che una comunità scolastica dovesse avere memoria, riconoscere le figure che avevano lasciato una traccia e consegnarle a chi sarebbe venuto dopo. È un particolare che oggi ritorna alla mente con una sua discreta, quasi inevitabile, insistenza.

Andato in pensione, Pagano non andò veramente in pensione. Fondò l’Accademia del Liceo Scientifico di Soverato, continuando a raccogliere intorno alla scuola generazioni diverse di ex studenti e promuovendo iniziative che avevano qualcosa di felicemente insolito per le nostre abitudini. Tra queste vi erano le feste per i venticinque anni dal diploma, quasi da college americano. Vecchi compagni tornavano a incontrarsi, professionisti ormai affermati per una sera ridiventavano i ragazzi di una classe, ricomparivano fotografie tirate fuori dai cassetti, professori, ricordi e anche il pensiero di chi, nel frattempo, non c’era più. Anche questa, a pensarci, era scuola. Era il tentativo di impedire che il tempo facesse interamente il proprio mestiere, disperdendo persone e memorie. Negli ultimi anni un’altra sua grande passione lo aveva riportato ancora una volta tra libri, studenti e insegnanti. Dante.

Da presidente del Comitato della Società Dante Alighieri di Soverato aveva promosso numerose iniziative, entrando nelle scuole e parlando agli studenti di quella poesia che attraversa i secoli. Anche chi scrive ha avuto modo di accoglierlo nella scuola che dirige a Chiaravalle, in occasione delle iniziative dedicate al Dantedì. Vederlo ancora lì, tra studenti e docenti fra i banchi, significava comprendere una cosa molto semplice. Per alcuni uomini di scuola la scuola non è mai stata soltanto un mestiere. È stata una forma dell’esistenza. Per questo chi è di Soverato, e soprattutto chi vi ha studiato negli anni della sua presidenza, difficilmente potrà pensare al Liceo senza incontrare, in qualche angolo della memoria, Gerardo Pagano. E forse è questo il privilegio concesso agli uomini che hanno attraversato a lungo la vita di una comunità, continuare a vivere, senza retorica e quasi di nascosto, nei ricordi degli altri. Resta infine un pensiero più privato.

Mi piace immaginare che, conclusa questa parte del viaggio, Gerardo Pagano abbia già incontrato il suo vecchio amico Vincenzo Guarna. Non è difficile figurarseli. Avranno trovato un angolo appartato — perché certe conversazioni richiedono poca folla — e avranno già cominciato a discutere. Di letteratura, naturalmente, e di filosofia. Della scuola di ieri e, perché no, di quella di oggi. Forse Montale avrà già fornito il primo pretesto per dissentire e forse Dante, così caro a entrambi, avrà aperto una discussione ancora più lunga. Conoscendo la grande stima che Gerardo Pagano nutriva per mio padre, mi piace pensare che il discorso sia ripreso semplicemente da dove, molti anni fa, era stato interrotto. Forse stanno discutendo proprio adesso. Noi, rimasti da questa parte, possiamo soltanto custodire le tracce.