LA POLITICA TORNA ALLA POLIS: A ROCCELLETTA DI BORGIA LA SFIDA DELLA FORMAZIONE PARTE DALLA PERSONA
L’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace ha inaugurato il percorso di formazione socio-politica 2026-2027. Mons. Maniago: «La politica è una cosa buona, è una forma di carità». Al centro dell’incontro con la magistrata Annamaria Frustaci legalità, umanità e comunità
di REDAZIONE
– BORGIA (CZ) – 15 SETTEMBRE 2026 – In una sala parrocchiale, la politica viene rimessa al centro non come terreno di appartenenza, ma come spazio di responsabilità. È da qui che prende avvio il nuovo percorso di formazione socio-politica dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace, promosso dall’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro.
L’iniziativa, fortemente voluta dall’arcivescovo Claudio Maniago, parte da una premessa precisa: davanti alla crescente distanza tra cittadini e istituzioni, la risposta non è occupare uno spazio politico, ma tornare a formare le coscienze e creare occasioni di confronto.
Il primo appuntamento, ospitato il 7 settembre 2026 nel salone della parrocchia Santa Maria della Roccella, ha avuto come filo conduttore il tema “Dall’algoritmo alla relazione: la scommessa di una magnifica umanità”. Con Maniago è intervenuta la magistrata Annamaria Frustaci, sostituto procuratore presso la DDA di Catanzaro.
Maniago: “La politica è una cosa buona”
L’arcivescovo ha affrontato subito la domanda che può accompagnare, soprattutto in una fase politicamente delicata, un’iniziativa ecclesiale dedicata alla vita pubblica: “da quale parte sta?”
La risposta, secondo Maniago, passa proprio dal superamento della logica degli schieramenti. Il percorso non nasce per suggerire appartenenze, candidature o orientamenti elettorali, ma per aiutare le persone a comprendere la dimensione sociale delle proprie scelte.
«Questo percorso di formazione socio-politica – ha detto mons. Maniago – è un tentativo umile, semplice, di aiutarci tutti, nessuno escluso. Abbiamo proprio bisogno».
La dichiarazione è stata pronunciata dall’arcivescovo durante l’incontro inaugurale del 7 settembre 2026 ed è stata riportata il giorno successivo da diverse testate, tra cui ANSA e il Corriere della Calabria.
Il passaggio centrale del suo intervento è però un altro: «La politica è una cosa buona, è una forma di carità». Maniago ha quindi allargato il concetto di politica oltre il perimetro delle istituzioni: «Tutti facciamo politica», ha spiegato, perché ogni scelta che contribuisce alla costruzione della società possiede una dimensione pubblica.
Non una scuola di partito, ma un luogo di confronto
La scelta dell’Arcidiocesi è dunque quella di non trasformare il percorso in una sorta di scuola politica di parte. L’obiettivo dichiarato è fornire strumenti per leggere la realtà e accompagnare soprattutto chi già esercita responsabilità amministrative o potrebbe assumere in futuro un ruolo nella vita pubblica.
Nella prospettiva proposta da Maniago, l’impegno politico non coincide con la conquista o la conservazione del potere. Per il cristiano, ha spiegato, può diventare «missione» e persino «vocazione», con una responsabilità orientata al bene comune e alle persone più fragiliÈ una distinzione che consente di comprendere il senso dell’iniziativa: l’Arcidiocesi non intende sostituirsi alla politica, ma contribuire alla formazione di cittadini capaci di viverla con maggiore consapevolezza.

Frustaci e il ritorno alla polis
La seconda parte dell’incontro ha spostato il fuoco dalla responsabilità politica alla qualità delle relazioni che la rendono possibile.
La magistrata Annamaria Frustaci ha affrontato il rapporto tra persona, legalità e vita pubblica, riportando al centro il significato originario della polis: lo spazio condiviso nel quale le persone sono chiamate a confrontarsi, assumere responsabilità e concorrere alla costruzione della comunità.
La politica, in questa lettura, non appartiene esclusivamente a chi ricopre un incarico pubblico. È una dimensione della cittadinanza. A renderla fragile intervengono invece la ricerca del consenso a ogni costo, il calcolo personale e una comunicazione pubblica sempre più incline alla contrapposizione.
Nel suo intervento Frustaci ha richiamato anche il rischio di ridurre la politica a una forma di “marketing elettorale per l’autoconservazione del potere”, mettendo in guardia da una concezione dell’attività pubblica nella quale la relazione con il cittadino finisce per essere subordinata alla costruzione del consenso.
Quando l’agorà diventa un algoritmo
È sul terreno della comunicazione digitale che la riflessione assume una particolare attualità.
L’agorà, intesa come luogo del confronto e della parola pubblica, viene messa a confronto con la realtà dei social network. Il problema non è soltanto tecnologico: riguarda il modo in cui le persone ascoltano, discutono e riconoscono le ragioni degli altri.
La dimensione digitale può amplificare la possibilità di esprimersi, ma non garantisce automaticamente il confronto. Il rischio indicato durante l’incontro è quello di trasformare la discussione in una successione di posizioni contrapposte, nella quale l’avversario diventa rapidamente un nemico e il dissenso viene interpretato come ostilità.
Da qui il collegamento con la responsabilità politica: la qualità del dibattito pubblico dipende anche dalla qualità delle relazioni sociali che lo alimentano.
La Costituzione come punto di riferimento
Nel ragionamento di Frustaci trova spazio anche la Costituzione, indicata come uno degli strumenti attraverso cui rileggere le questioni della vita quotidiana.
«Ho sempre pensato che le grandi soluzioni ai problemi della nostra quotidianità continuino a essere scolpite nella nostra Costituzione», è la frase attribuita alla magistrata nel corso dell’incontro.
Il riferimento è soprattutto agli articoli 2 e 3, che pongono al centro la persona, i diritti inviolabili, la solidarietà e l’uguaglianza, affidando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano concretamente la libertà e la partecipazione.
La questione, dunque, non riguarda soltanto chi scrive le leggi. Riguarda anche chi amministra un territorio e deve tradurre quei principi in decisioni che incidono sulla vita quotidiana delle persone.
Legalità, umanità, comunità: i tre assi della riflessione
Frustaci ha quindi individuato tre parole intorno alle quali sviluppare il percorso: legalità, umanità e comunità.
La legalità, nella prospettiva proposta, non coincide con la semplice paura della sanzione né con un rapporto meramente formale con la norma. È soprattutto riconoscimento di regole condivise e del limite necessario a tutelare gli altri. Per questo viene presentata anche come una condizione di libertà.
Nel passaggio dedicato alla giustizia, la magistrata ha richiamato le figure di Rosario Livatino e Paolo Borsellino, collegandole a due differenti ma complementari dimensioni della responsabilità pubblica: da un lato una giustizia che non perde di vista la persona; dall’altro un’etica politica chiamata a pretendere standard di responsabilità che non coincidano soltanto con ciò che può essere accertato in sede giudiziaria.
A Borsellino viene attribuita, in questo contesto, la formula: «Non soltanto essere onesti, ma apparire onesti».
Si tratta di una frase effettivamente documentata in fonti pubbliche come espressione del magistrato palermitano e non di una formula coniata dalla relatrice.
La scommessa della partecipazione
Il percorso di Catanzaro-Squillace si colloca così dentro una domanda più ampia: come ricostruire partecipazione in una società nella quale la politica viene spesso percepita come distante e il confronto pubblico è segnato dalla polarizzazione?
La risposta proposta dall’Arcidiocesi non passa dall’indicazione di una parte politica. Passa dalla formazione, dal confronto tra competenze e dalla valorizzazione della responsabilità individuale.
Il percorso 2026-2027 nasce infatti con l’intenzione di offrire strumenti per comprendere le trasformazioni sociali e tecnologiche contemporanee, mantenendo centrale la persona e il rapporto con la comunità. L’iniziativa è inserita nel rilancio della Pastorale per i Problemi Sociali e il Lavoro dell’Arcidiocesi.
Per l’Arcidiocesi, la politica resta così uno spazio pubblico nel quale la partecipazione viene considerata una responsabilità condivisa, senza una sovrapposizione con la competizione tra partiti o schieramenti.

















