ADDIO A CARLO PETRINI, PIANGE ANCHE LA CULTURA CALABRESE: «EDUCÒ IL SUO TEMPO, NON LO ATTRAVERSÒ SOLTANTO»
Dopo la scomparsa del fondatore di Slow Food, il giornalista Pungitore rievoca l’incontro di dicembre in Piemonte per la presentazione del libro Vite di Langa e Roero, scritto con Paolo Tibaldi: “Parlò dell’emigrazione piemontese e della nave Mafalda. In quel racconto c’era anche il nostro presente”
di REDAZIONE
– PRESERRE (CZ) – 22 MAGGIO 2026 – La scomparsa di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, morto a 76 anni a Bra, lascia un vuoto profondo nel mondo della cultura, dell’ambiente, dell’agricoltura e dell’impegno civile. Petrini, conosciuto da tutti come Carlin, aveva fondato Slow Food nel 1986, trasformando il cibo in una questione culturale, sociale e politica, con la formula diventata universale del “buono, pulito e giusto”.
Tra i ricordi di queste ore, arriva quello di Francesco Pungitore, giornalista calabrese che ha voluto affidare ai social una sua riflessione personale: «Ci sono persone che non attraversano soltanto il proprio tempo: lo educano. Carlo Petrini è stato una di queste».
Pungitore rievoca l’ultimo incontro con Petrini, avvenuto nel dicembre scorso in Piemonte, in occasione della presentazione del volume Vite di Langa e Roero – Trasformazioni sociali di una civiltà contadina, scritto da Carlo Petrini con Paolo Tibaldi per Slow Food Editore. La serata si era svolta davanti a un pubblico numeroso, tanti studenti, con Petrini e Tibaldi sul palco a intrecciare memoria, racconto e identità del territorio.
«Ricordo la forza semplice delle sue parole», scrive Pungitore. «Quella capacità rara di parlare della terra senza retorica, del cibo senza ridurlo a consumo, della memoria senza trasformarla in nostalgia».
Il passaggio che più lo ha colpito riguarda il racconto dell’emigrazione piemontese in Sud America: famiglie partite dalle colline di Langa e Roero in cerca di futuro, valigie, speranze, distacchi. E poi la memoria della nave Principessa Mafalda, affondata nel 1927 al largo del Brasile con centinaia di migranti italiani a bordo. Per Pungitore, quel riferimento non apparteneva solo al passato: «In quel racconto non c’era solo la storia. C’era anche il nostro presente».
Da qui il nucleo più politico e umano del ricordo: Petrini, secondo Pungitore, sapeva riportare la memoria alla sua funzione più alta, non celebrativa ma morale. «Prima di giudicare chi arriva dovremmo ricordare chi siamo stati. Anche noi siamo stati partenze, valigie, paura, fame, speranza. Anche noi siamo stati corpi affidati al mare».
Il fondatore di Slow Food viene così ricordato non solo come gastronomo, scrittore e attivista, ma come educatore civile. «Il suo “buono, pulito e giusto” non era uno slogan gastronomico», sottolinea Pungitore. «Era una visione morale del mondo: dignità del lavoro, rispetto della terra, cura delle comunità, attenzione agli ultimi, responsabilità verso chi verrà dopo di noi».
Per Pungitore, Petrini ha avuto il merito di dare voce al mondo rurale senza chiuderlo nel folklore, trasformandolo invece in una lezione universale: «Non c’è futuro se perdiamo il legame con la terra, con la lentezza, con le relazioni, con la giustizia».
Il ricordo si chiude con un’immagine sobria, quasi testamentaria: l’eredità di Petrini non sta nel rumore, ma nella cura. Nel sedersi insieme, ascoltare, dialogare, custodire, scegliere con coscienza. «Grazie, Carlin», conclude Pungitore. «Per averci ricordato che la terra non si possiede: si serve, si ama».

















