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SQUILLACE (CZ) – INNESTI CONTEMPORANEI, IL PROGRAMMA COMPLETO DI OGGI


Inizio spettacoli alle 20,30. Ultima performance un’ora dopo

 di REDAZIONE

SQUILLACE (CZ() – 30 LUGLIO 2016 –  Si parte alle ore 20.30 con “Lavori in corso” di Plutino2 (Giuseppe Plutino e Pietro Plutino)

 Questa performance è un’indagine sulla relazione tra soggetti e tra questi e lo spazio, nell’eventualità di una sua condivisione. Una ricerca volta a ricreare un moderno spazio embrionale, quasi un ritorno al grembo materno, a quel luogo archetipico che ha rappresentato per tutti la prima esperienza di spazialità e che, se condiviso, induce a negoziare i termini di una convivenza: l’uno deve plasmare il proprio esserci in relazione a quello dell’altro, al suo muoversi, coordinando reciprocamente i movimenti. La sincronia ideativa è estrema, tanto da poterli considerare un’unica entità, una identità condivisa, esemplificata in quell’effetto ” mirror “, in cui l’uno di fronte all’altro vede di sè “il riflesso che parla, dice e risolve”.

L’impalcatura, che gli artisti simultaneamente montano al momento della performance, rappresenta una porzione di spazio modulabile, indica un’idea di spazio costruito dalle relazioni umane che si inscrivono in esso tramite il linguaggio dei corpi. Costruirlo per entravi e una volta all’interno muoversi. Le aste delimitano questo spazio, diventano gabbia, rendendolo estraneo all’ambiente circostante e spostando l’attenzione, di chi osserva, al suo interno e, per chi lo abita, verso se stesso, la propria identità, i propri gesti e movimenti. L’idea di spazio agente e spazio agito in questo lavoro coincidono. La struttura, seppure standard, rispetta le proporzioni del corpo umano, dal Rinascimento unità di misura per la progettazione architettonica, sintetizzando visivamente un’immagine antropometrica.

Un richiamo all’uomo vitruviano, dalle proporzioni ideali: l’uomo che in piedi e a braccia aperte è inscrivibile in un quadrato e che al tempo stesso può misurare e contenere, nell’ambito della sua esperienza, lo spazio definito dalla struttura. E’ questo il celebre “homo ad quadratum” di Vitruvio, un uomo che entra in contatto con la figura geometrica in maniera del tutto proporzionale e in sintonia, “misura di tutte le cose”, dello spazio e del tempo. Una sorta di ritratto della condizione umana, una situazione di tipo esistenziale incentrata sulla relazione dell’uomo con lo spazio, uno spazio in cui però “qualcosa” non è riconducibile a misura, la eccede e interferisce, qualcosa con cui comunque bisogna fare i conti, “l’altro”.

“La porzione di cui hai bisogno per muoverti presuppone l’incidente di doverlo condividere” e nell’incidente, l’incontro-scontro con l’altro. Il doppio umano nell’incontro con l’altro mostra una visione stereoscopica, attraverso la quale gesto e azione sono immagine icastica e archetipica dell’essenza umana, vetrina della sua dicotomia. L’impossibilità di essere soli.

 Listener (3)

A seguire, ore 21.00, sarà la volta di  “Onora il Padre” (Reading Teatrale) di e con Saverio Tavano.  

 Pubblicato nel volume collettivo I LUOGHI DEL POSSIBILE – cinque pezzi di teatro italiano contemporaneo – La Mongolfiera Editrice, aprile 2013.

Tre personaggi: una famiglia. Un padre, una madre, un figlio. Un luna park abbandonato, simbolo di un’infanzia tradita, incolta, oltraggiata. In questo luogo si regolano i conti familiari, ma i panni sporchi non si lavano in casa come nelle migliori famiglie, si seppelliscono sotto terra. Le tradizioni familiari non vanno mai tralignate, il rischio a cui si incorre è la morte. Gli errori commessi sono eredità, conformismo, ricadano fatalmente sui figli. L’identificazione eccessiva è incollamento, è riproduzione dello stesso, una coazione a ripetere.   Il fato è definito, ma come nelle migliori tragedie spesso si è troppo distratti per capirlo.

Listener (2)

 Per finire, ore 21.30, toccherà a “LAMAGARA, da un’idea di Emanuela Bianchi Scritto da Emilio Suraci ed Emanuela Bianchi Adattamento e interpretazione Emanuela Bianchi

 Calabria, 1769. Cecilia Faragò è l’ulti ma fattucchiera processata per stregoneria nel Regno di Napoli. Con lei muoiono i segreti della terra in un luogo del mondo in cui la terra è potere. Chi è la magàra Cecilia? Fata o strega, lucifera, portatrice del sole o della luna, donna infine e prima di tutto. Che si appropria della forza tellurica dal ventre del mondo e ne fa decotto di erbe, credenza, maleficio. Lamagara è la donna che pensa, che guarda troppo avanti , che sospetta, che non crede a niente. La strega a cui il mondo chiede di nascondere le sue ipocrisie, per poi lapidarla per le sue stesse colpe.

Una microstoria che si affaccia dal passato, un urlo di redenzione da quel mondo di storie disperse che formano la memoria negata del genere femminile. Profetessa dell’uguaglianza e donna irregolare di un Mediterraneo arcaico, viscerale, erotico, fatto di magismo, supersti zione e divinazione, domina la natura aspra della terra, dei suoi frutti , dell’acqua, del fuoco. Notti di luna e profumi arcani di un Sud dell’anima e del corpo raccontano quel fuoco di rabbia che seduce, verità di ogni tempo senza sovrastrutture. Lamagara mette in scena i luoghi eterni della generazione e dell’eros, della diffusività maternale di vita, morte e reificazione in corpore feminae.

Non un semplice monologo, ma un’interazione di voci della storia, sommerse nell’oblìo di un presunto peccato, che si elevano, con il personaggio di Cecilia, verso la luce, a smascherare il doppio volto della verità dell’uomo, le pieghe della sua quotidiana magia. Un linguaggio denso e terrestre come humus, impastato di un materiale verbale pieno e screziato dove il corpo è utilizzato come strumento della narrazione che coinvolge lo spettatore in una esperienza sensoriale potente, poetica e parossistica.

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