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SOVERATO (CZ) – SFIDE SOCIAL.


Parla la  psicologa clinica Valentina Pirrò e Antonio Sinopoli,dell’associazione “0967”

Articolo di Gianni ROMANO

SOVERATO (CZ) –  10 MARZO 2017 –  Una comunità sconvolta per la tragica morte di Leandro Celia di soli 13 anni,morto secondo le prime ricostruzioni ,per un  “daredevil selfie”un selfie estremo che purtroppo sui social ha molti seguaci,Leandro è stato investito un pieno dal treno regionale intercity Taranto-Reggio Calabria,un gruppetto composto da tre giovanissimi che secondo le prime testimonianze avrebbero cercato di scattare foto dal cellulare,due sono riusciti a gettarsi di lato salvandosi,ma non Leandro colpito e morto sul colpo,i riflettori dei medi nazionali sul posto per una disgrazia certamente evitabile.

 Ma cosaspinge giovanissimi a selfie sempre più audaci,per Valentina Pirrò Psicologa Clinica”Si chiamano SFIDE SOCIAL  e si diffondono a macchia d’olio.”Un gioco estremamente pericoloso, anche se non è una moda di questi ultimi tempi, oggi è solo più manifesta per via dei social network e del web in genere, come denuncia la Polizia di Stato. I comportamenti in cui si rischia anche la vita o,continua Pirrò, comunque potenzialmente dannosi per la salute sono sempre esistiti e sono tipici dell’età adolescenziale. La ricerca di sensazioni forti, di limiti, di se stessi, prima non erano facilmente documentabili.

”Quello che ha cambiato la tecnologia è l’effetto contagio che,continua Pirrò, prima avveniva solo per passa parola mentre oggi c’è una sovraesposizione di comportamenti devianti nel web che possono influenzare negativamente una persona già di per sé vulnerabile.”Sono comportamenti che vengono messi in atto per sfida con se stessi, con la vita, con gli altri, per vincere una scommessa, per non far vedere che si ha paura, altre volte per un gioco di ruolo all’interno di un gruppo a cui si deve dimostrare il proprio coraggio, per dimostrare di esistere a sé e agli altri, proporsi come leader di un gruppo, come se rimanere lì fino all’ultimo fosse un segno di forza.” Il problema è che,dice Pirrò, a quell’età si è portati a sottovalutare le conseguenze di certe azioni”.

Tutti noi abbiamo esperienza di come il social network sia un luogo virtuale che possa soddisfare il bisogno di avere conferme e raccogliere like su tutti i principali ed importanti aspetti della nostra vita. Il selfie allora si pone come strumento atto a soddisfare in modo “immediato e mediato” tale bisogno. E’ sempre bene rendersi conto di come sia importante ritrovare, come per ogni cosa, la giusta dimensione.” Mostrare ai nostri ragazzi come sia sempre da preferire un “incontro reale” con gli amici di sempre, un abbraccio, una stretta di mano,conclude Pirrò, uno scambio di sguardi, per evitare di avallare l’autoreferenzialità tipica dei social media.

”Per Antonio Sinopoli presidente del comitato 0967” Dopo tragedie simili ogni commento, ogni frase, ogni riflessione può essere considerata inopportuna ed inadeguata, ma allo stesso modo non si può ignorare quello che la società sta offrendo ai nostri figli: consumismo, poco senso civico, niente rapporti umani, moltissimi rapporti sui social.”Una volta c’erano gli oratori (oggi esistono lo stesso, ma evidentemente non sono alla moda), le piazze, i centri di aggregazione politici e culturali (all’età di 14 anni iniziai a frequentare il Fronte della Gioventù); oggi tutto corre maledettamente sui social e per sentirsi vivi si rincorre la moda del momento. Nel caso specifico di mercoledì pomeriggio la tragedia si consuma per una causa mediocre, ma che fra i giovani spopola: il “daredevil selfie”.

Una moda sempre più diffusa fra i nostri giovani, un selfie estremo, una prova di coraggio che riscontra proprio nell’autoscatto ai margini di una ferrovia con un treno in transito la sua variante.   “Così si spezza la vita di una ragazzino di tredici anni e si compromette, sicuramente, il futuro psicologico di altri due coetanei, sopravvissuti per miracolo, ma che porteranno per sempre il ricordo indelebile di una tragedia annunciata. “Colpe? Responsabilità? Di tutti!”Si, proprio di tutti: dalla famiglia all’istruzione, dalla compagnia ai social. E bisogna avere il coraggio di denunciarlo non di fare finta che tutto intorno a noi sta andando per il verso giusto.”Non è accusare nessuno, ma capire che queste componenti, se unite fra loro allo scopo di educare, possono cambiare la vita delle persone.

Sta solamente a noi decidere che tipo di educazione impartire: un’educazione alla moda oppure un’educazione dura, rigida, ma allo stesso tempo che non eccede di nulla, perché proprio l’eccesso porta spesso e volentieri alle tragedie. Un ragazzino di soli tredici anni sicuramente non può capire tutti i rischi che corre, ma se già dalla scuola, oltre alla famiglia, i “binari” da fargli percorrere sono quelli giusti, sicuramente non troverà mai nessun treno da dover immortalare.”

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