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SERRA SAN BRUNO (VV) – Storia contemporanea sull’eremitismo dei certosini


san bruno

La scelta della solitudine per mantenere Dio sempre e dovunque il primo posto. San Bruno, servitore della Parola

Anicec 2015 a cura di Gerardo Madonna

SERRA SAN BRUNO – 28 FEBBRAIO 2015 – Bruno di Colonia a Reims divenne chierico, prete e maestro di teologia, in contrasto con il Vescovo Manasse decise di abbandonare non solo Reims ma la stesso studio per ritirarsi in un monastero, nella solitudine in «O vera solitudo, o sola beatitudo!». La solitudine unica vera felicità, ricercata dal monaco per incontrarvi il Signore. Insieme ad altri pochi aspiranti alla solitudine, chierici e laici, si recarono a Grenoble per incontrare Dio in un luogo isolato da tutto e da tutti chiamato Cartusia, vi si fermarono e organizzarono la prima Certosa.

Trascorsi sei anni, giunse notizia al papa Urbano II che il suo maestro viveva con Dio, e su chiamata, abbandonando l’eremitismo Bruno partì per Roma ivi rimase col Papa per alcuni anni. Fedele alla Chiesa di Roma il monaco ebbe il consenso di ritirarsi in Calabria per ripetere la fondazione di una nuova certosa e vivere in un eremo, nel regno dei Normanni, ivi passò l’ultimo periodo della sua vita morendo nel 1101.

Bruno ha lasciato uno stile di vita ai suoi discepoli che si dividono in due classi, monaci sacerdoti, e conversi o donati laici.Guigo, il 5°priore generale della Casa Madre dei monaci Certosini, raccolse in un testo; le Consuetudini, e l’ultimo capitolo da l’elogio alla solitudine della vita praticata dai patriarchi dell’Antico Testamento, trovando la sua più sublime espressione nell’incontro del Figlio Crocifisso con il Padre, contemplando la frase: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito! (Lc 23,46).

I certosini rappresentano nella Chiesa un Ordine singolare, che si distingue nettamente da tutti gli altri, anche nella pratica della solitudine. «Cartusia nunquam reformata quia nunquam deformata», cioè la Certosa non è stata mai riformata perché non è mai decaduta dalla sua tradizione ascetica rimanendo fedele a se stessa, alla sua vocazione: veramente «Stat Crux»! Certosini, monaci della Divina Grazia, santi nelle beatitudini uomini che non hanno avuto debolezze, che non hanno mai introdotto cambiamenti rimanendo sempre identici a se stessi perfino nelle strutture materiali dei loro edifici, amando l’umiltà e praticandola fino a mantenere l’anonimato nelle opere che scrissero lungo i secoli.

I monasteri certosini hanno ospitato grandi studiosi e grandi scienziati che, lasciando loro lacrime sul pavimento conventuale, hanno arricchito con libri e scritti opere scritte «par un chartreuse» , grandi biblioteche.

Una prima imponente opera “Origini di tutte le religioni”viene scritta e composta in quattro voluminosi tomi da Tromby, alacre scrittore erudito certosino percepisce che dell’ordine religioso certosino non vi è un testo che ne racconti la gloriosa Storia come doverosamente meriterebbe. Con questa impostazione teologica e culturale, Dom Benedetto Tromby, decide di approntare l’opera monumentale e per otto anni ammasserà voluminosi incartamenti, documenti ed atti, utili alla stesura della sua opera.

Già, 9 maggio 1729, Tromby a soli diciannove anni, entrando nella certosa di  Serra San Bruno e frutto dalla sua esperienza quotidiana, scrisse il suo primo libretto col titolo di  “Lucerna pedibus meis”, rivolto a tutti coloro che si volevano avvicinare alla vita monastica; dopo la sua formazione negli studi di Teologia morale, storia sacra ed ecclesiastica, e accurato lavoro certosino concepì i 10 voluminosi tomi con una  impressionante quantità di appendici, carte e dissertazioni di vario genere, tali da renderla una sorta di bibbia cartusiana, nasce la “Storia Critico-Cronologica Diplomatica del Patriarca S. Brunone, e del suo ordine Certosino”. Nel 1779 l’opera di Dom Benedetto incontrò il compiacimento di dotti ed eruditi del suo tempo, ove il papa Pio VI attribuì onorificenze con nomina nel 1799, di Membro onorario della Accademia delle Scienze e delle Lettere.

Le prime comunità certosine intese «come un corpo le cui membra non hanno tutte la medesima funzione», i monaci sacerdoti del chiostro, vivono nel segreto della cella mentre i fratelli, o monaci laici, consacrano la loro vita al servizio del Signore nella solitudine. Ciascuna delle due forme di vita (eremitica) risponde ad una chiamata particolare dello Spirito Santo e ad attitudini diverse, al punto che chi è adatto all’una non sempre lo è per l’altra, «padri e fratelli condividono la stessa vocazione» (cenobitica) hanno in comune il medesimo ideale. Gli uni e gli altri, «conformi a Colui che non venne per essere servito ma per servire, manifestano in vario modo le ricchezze della vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine».

Ciascuno apporta alla certosa un carattere specifico essenziale, al punto che essa non potrebbe più essere se stessa se uno dei due venisse a mancare. Per questo la vita certosina non si definisce né partendo da quella dei padri né da quella dei fratelli; essa è costituita da questi due generi di vita riuniti.

Questa interdipendenza nella diversità è, per gli uni e per gli altri, un potente stimolo a vivere nella mutua carità e nell’umiltà. D’altronde è questo l’invito che gli Statuti, facendo eco alle parole di S. Paolo, indirizzano ai monaci: «Gareggiando nello stimarsi a vicenda, padri e fratelli vivano nella carità che è il vincolo di perfezione, il fondamento e il culmine di ogni vita consacrata a Dio».

Un pensiero elaborato nel 2015 da un monaco eremita con ottica del Tromby, descrive che la vita dei certosini sia solo esclusivamente eremitica proprio come quella praticata da San Bruno.  

Attribuendo con estrema delicatezza di critica alla “confusione” creata da Laporte, parrebbe che dimostrando un presunto ruolo di vita“politica” alla vita eremitica e cenobitica praticata al monastero delle Serre, esistesse una diversa vita contemplativa da quella eremitica ed esclusiva che si è vissuta e si vive nella Casa Madre dei certosini francesi. Il problema riguarda una parte della storiografia cenobitica-eremitica praticata in formazione di scuola, sul noviziato per diventare  certosini di San Bruno.

Oggi si paventa  una prossima futura pubblicazione di tre volumi che ognuno di essi parlerà di San Bruno,  del Beato Lanuino e della Certosa di Serra.

Con cauto adagio nella ricostruzione di un altro capitolo di storia della vita religiosa rimarranno fermi i principi cardini dell’universo dei Certosini che non si devono contare, vanno invece pesati; quello che conta è il ruolo che svolgono che è quello della preghiera per il mondo intero.  «Cartusiani non numerandi sunt, sed ponderandi».

Il vero certosino per quanto possibile si porta fuori del mondo, non avverte neppure quello che avviene attorno a lui.

Si legge spesso come emblema sulle certose, « Stat Crux», dum volvitur orbis»: fissa rimane la Croce, il mondo continua a cambiare, a mutare, sottoposto a tante caduche vicende.

 

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