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SENZA UNA CAREZZA


In piena emergenza sanitaria si muore da soli, l’ultima carezza da un camice bianco. L’ultimo abbraccio dei familiari se lo porta via l’ambulanza

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  31 MARZO 2020 –  Se il mondo attendeva un nemico feroce,  è arrivato presentandosi cruento.

 Il 2020 segna per l’umanità intera una battuta d’arresto con il diffondersi di un’epidemia, prima localizzata ai soli confini cinesi, dopo pandemia sviluppatasi in Italia, Europa e nel resto del mondo.

Tutti i paesi sono coinvolti in un’emergenza sanitaria, economica e sociale. Da qualche mese i cittadini italiani vivono uno stato di restrizione alla libertà personale di agire per tentare insieme al governo di arginare il nemico invisibile denominato Coronavirus, perfettamente tangibile attraverso la sofferenza e la mole di vittime che non ce l’hanno fatta a sconfiggerlo e superarlo.

Dapprima a cadere erano persone anziane con le cosiddette malattie pregresse, come se avessero diritto di precedenza, ma giusto il tempo di fare il punto della situazione che l’età anagrafica si è abbassata vertiginosamente, colpendo ammalati e salutisti, prova che il virus non risparmia nessuno.

In questi giorni l’umanità intera, ferma nelle proprie abitazioni, assiste ad un susseguirsi di notizie sempre più tristi e scoraggianti.

Il mondo non era pronto ad un simile stato di cose. Il virus miete vittime ad una velocità impressionante come in guerra, solo che non si cade in campi di battaglia imbracciando un fucile per difendere la patria, si combatte disarmati.

Si varcano le soglie degli ospedali e si entra in trincea nelle terapie intensive dove le uniche armi sono un respiratore, le cure e i camici bianchi, che diventano gli unici e ultimi volti familiari.

Sono loro che incoraggiano, che combattono una corsa contro il tempo e sempre loro danno un’ultima carezza prima del cedimento.

Molte famiglie vedono uscire il proprio congiunto in ambulanza quasi consapevoli dell’ultimo saluto. Tutto si consuma in completa solitudine, dalla morte in isolamento, al commiato senza nemmeno un parente per la recita di un Pater Noster.

 La cosa più triste è il dolore di non aver avuto il tempo necessario per congedarsi adeguatamente con una carezza, un’ultima parola d’amore, uno sguardo, diventando così un nome come tanti altri in fila per trovare riposo dove altri feretri sono in attesa. I familiari possono solo attendere l’urna delle loro ceneri per poterli riabbracciare.

Pensiamo allora a quanto siamo stati fortunati fino a qualche mese fa nel poter esternare ed esprimere il nostro dolore. Facciamo tesoro della vita, della libertà, dei rapporti, dell’amore, dell’amicizia, del senso civico di ogni cittadino che forse ci salverà la vita per non dover mai più rivivere uno stop obbligato, obbligandoci a riflettere rimediando.

Facciamo nostra sempre più la citazione di Sant’Agostino “coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo”, certi che il cuore dei vivi è la vera tomba dei nostri morti.

Facciamo dunque la nostra parte rimanendo a casa, consapevoli che i passi nel mondo oggi limitati, salvano la nostra e l’altrui vita, sposando la speranza che “tutto andrà bene” perché dove essa vive, un cuore ancora batte vivendo, costruendo.

Salvaguardiamo i nostri camici bianchi e tutte le forze ad essi connesse affinché la nostra preghiera possa illuminare le loro menti già stanche e provate nel salvare la nostra vita. 

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