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PRESERRE (CZ) – I “DIALOGHI CON IOSIF BRODSKIJ” DI SOLOMON VOLKOV


Poeta russo racconta la sua infanzia e la sua vita da clandestino al tempo della dittatura di Stalin

di REDAZIONE

PRESERRE (CZ) – 24 MARZO 2016 –  Gala Dobrynina ha tradotto  dal russo, per LietoColle, il libro di Solomon Volkov (in foto a sinistra), Dialoghi con Iosif Brodskij, un libro di 420 pagine che raccoglie quindici anni di conversazioni con il poeta russo, Premio Nobel per la Letteratura 1987.

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In questi Dialoghi,  Iosif Brodskij (foto a fianco) racconta la sua infanzia in una Leningrado devastata dalla guerra e  l’avventurosa vita di poeta clandestino. Capitoli speciali di ricordi, sono dedicati ai poeti mentori di Brodskij: Auden, Achmatova, Frost e Cvetaeva e alle loro influenza sulla formazione del giovane poeta. Pubblicato in America nel 1998, tradotto successivamente in molte lingue, dopo un “pellegrinaggio” di 17 anni il libro per la prima volta appare in Italia a cura di LietoColle.

“Questo libro  – scrive Solomon Volkov nell’introduzione – potrebbe essere una guida, una sorta di Baedeker, del territorio artistico ed esistenziale di Brodskij, un territorio spesso strabiliante, mozzafiato, a volte proibito. L‘idea è nata alla fine del 1978, quando, per curiosità, ho iniziato a frequentare le lezioni che lui teneva alla Columbia University di New York davanti a un pubblico di giovani americani, perlopiù aspiranti poeti. All‘epoca Brodskij, trentottenne e in esilio da più di sei anni, analizzava per gli studenti i suoi poeti preferiti, riuscendo ad affascinarli e ispirarli con grande naturalezza. Io stesso ne rimasi profondamente colpito.

Fu così che lo avvicinai quasi subito con l‘idea di realizzare una raccolta di conversazioni, una sorta di esplorazione della poesia e della cultura russa, condotta attraverso la lente della sua esperienza. Suggerii che un libro simile avrebbe avvicinato alla letteratura russa nuovi lettori, che avrebbe spalancato loro una nuova comprensione di questo mondo letterario e, con mia grande sorpresa, Brodskij acconsentì con entusiasmo.”

Il resto è tutto da scoprire con una attenta e piacevole lettura.

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Riportiamo  qui un piccolo “assaggio” del libro:

Volkov: Come ha reagito alla morte di Stalin nel marzo del 1953?

 Brodskij: Allora studiavo in questa famosa Peterschule. Ci hanno convocato nella sala grande. Alla Peterschule, la coordinatrice della mia classe, Lidija Lisicyna, era anche segretaria del partito. Aveva ricevuto l’Ordine di Lenin da Ţdanov in persona, era stato un grande evento di cui tutti noi eravamo al corrente. Lei fece la sua comparsa sul palco, iniziò a dire qualcosa, ma poi, ad un certo punto, si perse, e con voce straziante iniziò a gridare: ―In ginocchio! In ginocchio! Avrebbe dovuto vedere la scena! Attorno a lei tutti singhiozzavano, e anch’io avrei dovuto fare la stessa cosa. Ma io – all‘epoca con grande vergogna, oggi invece, ripensandoci, con grande orgoglio – non scoppiai in nessun pianto dirotto. Mi sembrava una grande assurdità: tutti in piedi attorno a lei a tirare su col naso, e a piagnucolare; alcuni poi piangevano sul serio. Quel giorno ci lasciarono uscire prima del solito. E stranamente, anche questa volta, i miei genitori mi stavano già aspettando a casa. Mia madre era in cucina. Vivevamo in una kommunalka, un appartamento condiviso, e in cucina piangevano e urlavano tutti, vicini e pentole, e anche mia madre piangeva. Sorpreso, me ne andai nella mia stanza. Ad un certo punto mio padre mi fece l‘occhiolino, e così mi resi conto che potevo non sconvolgermi troppo per la morte di Stalin.  

Volkov: Cosa si diceva in giro del rapporto di Chruščëv al XX congresso del partito?

 Brodskij: Sa, ho sentito parlare di questo rapporto, ma era una relazione segreta, riservata soltanto ai membri del partito. E questo segreto è stato rispettato abbastanza rigorosamente. Mio zio, per esempio, che era un membro del partito, non ci ha mai detto nulla in proposito. Così il testo del rapporto l’ho letto per la prima volta solo qui in Occidente. 

Volkov: E che sensazioni ha avuto dopo il discredito postumo dell‘immagine di Stalin che ben pochi si aspettavano?  

Brodskij: In generale questa ―detronizzazione non mi dispiaceva. Quanti anni avevo? Vediamo, sedici anni, no?

Per Stalin non provavo nessun sentimento particolare, questo è certo. Anzi, mi aveva abbastanza annoiato, glielo assicuro! Beh, dovunque ti giravi c‘erano i suoi ritratti in uniforme da generalissimo, con le bande rosse e tutto il resto. E anche se amo le uniformi, nel caso di Stalin ho sempre pensato che ci fosse sotto qualche porcheria. Quel cappello gallonato, con la coccarda, i cavoli ricamati e gli altri fregi, tutto questo non c’entrava con la natura di Stalin e non mi sembrava molto convincente. E poi quei baffi! A proposito, tra parentesi, sa a chi Stalin faceva veramente una forte impressione? Agli omosessuali! È terribilmente interessante. Quei baffi avevano un che di meridionale, di caucasico e di mediterraneo. Un papà con i baffi!

 Volkov: Recentemente l‘ho pensato anch’io, ed ecco in che occasione: negli ultimi anni siamo stati sommersi da una montagna di documentari su Stalin che arrivano dalla Russia. Prima probabilmente erano tenuti sotto chiave, ma adesso li vendono dappertutto. E ho notato l’impressione che Stalin produce in questi cinegiornali. Lui, a differenza di Hitler e Mussolini, non fa paura. Loro si dimenano, fanno smorfie, gesticolano selvaggiamente, cercano di agire sulla folla con espedienti puramente tecnici, con una recitazione esteriore. Ma Stalin si comportava con più discrezione, era calmo. E per questo il suo comportamento risultava più convincente. Dirò di più: emanava una specie di calore. Si creava davvero la sensazione che ti potesse abbracciare, che ti potesse riscaldare. Come direbbero gli americani, un surrogate father figure, il surrogato di una figura paterna.

LietoColle

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