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“OLTRE IL BORDO”, LA NUOVA RACCOLTA DI POESIA DI FRANCA ALAIMO


“Un bollettino d’emergenza – lo definisce ElizaMacadan nel suo intervento introduttivo – […] che potrebbe essere quello di ognuno di noi. Il tempo non stringe, addirittura minaccia”

di Sandro ANGELUCCI

PRESERRE (CZ) –  30 DICEMBRE 2020 –  “Mi slaccia dai sogni / la luce del giorno, / ma io più non voglio, / non voglio più / alzarmi, lavarmi, gettare / nel groviglio del tempo / il mio respiro animale”.

È l’incipit de Il risveglio, la prima delle ventiquattro poesie che Franca raccoglie sotto il titolo di Oltre il bordo (Macabor, 2020): ogni poesia un’ora della giornata, che si conclude quindi – come il libro – con un altro mattino.

“Un bollettino d’emergenza – lo definisce ElizaMacadan nel suo intervento introduttivo – […] che potrebbe essere quello di ognuno di noi. Il tempo non stringe, addirittura minaccia.”

Riprendendo, perciò, i versi riportati ed alla luce di quanto sostiene la stessa prefatrice non può non palesarsi, fin dall’inizio, quello che altro non può dirsi che un grido dell’anima, di un’anima animale – scusate il bisticcio di parole ma non è certo colpa mia se la radice etimologica dei due vocaboli è la medesima: ἄνεμος (soffio, vento) -.

Non è certo colpa mia se dai tigli cadono “fiori bianchi come il tulle / di un abito da sposa”, una sposa che si spoglia per amore, e solo per amore.

Non è colpa mia se, improvvisamente, mentre sta annegando – “la mascherina sul viso /… senza labbra e sorriso” -, la Alaimo si sente acciuffare per i capelli dalla poesia che scrive “sul bordo dello scontrino”, al supermercato, e la trae in salvo riportandola a galla.

E neanche è colpa mia se all’ora di pranzo, sempre Franca, arriva a supplicare, a supplicarsi di “non sparecchiare” la tavola, di non togliere dalla tovaglia “l’arcipelago di briciole / di una torta di pan di spagna”. Non togliere i resti del pasto significa tenerlo in vita il quadro, “questo bellissimo quadro / di natura morta”.

È, invece, per un canto in arabo, per una nenia proveniente dalla radio accesa da “un inquilino extracomunitario”, che in bocca le viene “un sapore di dattero, / una remota fragranza di giardini / nella prima infanzia”. Una madeleine proustiana che si materializza.

Così come il mare s’invera prima nell’anima e poi diviene parola nel “mutismo della pienezza”(Marina Cvetaeva).

“Mentre anche oggi lo speaker / fa il bilancio tra morti e contagiati, / penso ai miei giochi di bambina: / le frecce di carta, scaldate / sulla punta del fiato-rito di vita / …. / o le barchette confezionate / piegando pagine di vecchi quotidiani…”.

O se ne parla così, senza neppure pronunciarne il nome, o è meglio tacere sul Covid; o lo si fa come se si dovesse parlare di Dio e di Satana o dell’amore e dell’odio o della vita e della morte oppure è come mettersi in ascolto del tg delle venti.

È perché sa, alle ventuno, che “sarà tutta mangiata / la (sua) porzione di giorni, luna, sole” che la Nostra dice “però adesso, adesso voglio ancora dirlo: / Ma che cielo magnifico! Che scialo di luce! / Quanta inesauribile (incensurabile: aggiungo) passione di vita!”.

E, prima che si svegli con il nuovo mattino, quando udrà “esplodere urla di rabbia” dalla casa vicina e “tra stoviglie sbattute / e prolungati singhiozzi scuotersi / le sbarre del mondo, nostra amara prigione.”, avrà fatto in tempo a pensare, a credere, durante la notte, che “il cielo, l’antico di millenni, / somiglierà a un bambino / quando domani indosserà / la sua veste turchina.”

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