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MARIO: VIVERE O MORIRE?


Il via libera al primo suicidio assistito richiede cautela e attenzione verso una materia delicatissima, come la richiede ogni vita fragile che esige una responsabilità sociale e morale di altissimo profilo

di Rossella NASSO
Foto: ilgiornale.it

PRESERRE (CZ) – 28 NOVEMBRE 2021 –  È del 23 novembre 2021 la notizia che anche in Italia, come in altri Paesi, esiste il via libera al primo suicidio assistito.

L’ok arriva dal Comitato Etico.

Più di un anno fa, Mario, nome di fantasia, vittima di un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico e invalido più del 100% fa richiesta di poter morire lasciando una vita che di vita non c’è nemmeno la più lontana parvenza.

Resta da individuare il farmaco e la modalità che porrà fine all’ultimo respiro sofferto di Mario e di tanti altri Mario che certamente si avvicineranno a questa triste, dolorosa e sofferta consapevolezza.

La stessa che toglie la volontà di rimanere in vita, quando essa non è più “degna” di esser chiamata tale.

Seppur si è arrivati ad un primo e importante passo, certamente per chi sopravvive al dolore e alla malattia di una vita negata e compromessa per sempre, non si può parlare certo di vittoria o che ci si possa rallegrare per tale conquista.

Eppure sembra che questa notizia data da molte testate giornalistiche lanci il segno del trionfo, quando di questo non dovrebbe esser proprio sottolineato.

La vita è sacra e nessuno mai dovrebbe dover scegliere se vivere o morire, poiché il corso naturale delle cose dovrebbe sostituirsi al libero arbitrio. Chi siamo per giudicare nel senso più ampio se sia giusto restare o lasciarsi andare?

Alla luce del permesso ottenuto, la speranza è quella che non diventi un susseguirsi eccessivo e incessante di morti concesse.

Certamente ciò che porta ad una simile decisione e posizione non è facile da comprendere come da accettare.

Se anche se ne comprende la consapevolezza psicologica, fa sempre orrore pensare che una persona gravemente compromessa debba non vedere nessuna luce in fondo al tunnel e che morire sia l’unica soluzione per espiare tale dolore.

Si taccia dunque rispettando un dolore troppo grande da poter spiegare, un dolore che non sa di trionfo ma di sconfitta, che vede nel termine fine vita la giusta espiazione.

Il via libera al primo suicidio assistito richiede cautela e attenzione verso una materia delicatissima, come la richiede ogni vita fragile che esige una responsabilità sociale e morale di altissimo profilo.

Cautela!!!!!

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