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LETTERA APERTA DELLA FIALS AI COMMISSARI ASP CATANZARO


Chiesto incontro urgente alla commissione straordinaria. Riceviamo e pubblichiamo:

CATANZARO –  17 APRILE 2020 –  «Alla Commissione Straordinaria dell’ASPCZ Sede tramite: Ufficio Relazioni Sindacali Dott. Luciano Santillo

Negli ultimi anni di una vita interamente dedicata al sindacato, un sindacalista ripeteva quasi ossessivamente una domanda: «Come si fa a dare rappresentanza autonoma al lavoro nel mondo che sta cambiando, ammesso e non concesso che sia ancora possibile?».

Eravamo agli inizi del secolo. Sono passati quasi vent’anni e siamo ancora fermi a quel quesito. Anzi, un po’ più indietro, visto che, non trovando risposte soddisfacenti s’è finito col rimuovere la domanda. Che, al contrario, andrebbe rimessa all’ordine del giorno, di fronte alle difficoltà in cui si dibatte il movimento sindacale.

Tra processi oggettivi e carenze soggettive, le difficoltà sindacali sono leggibili persino nei semplici dati sulla crisi della sindacalizzazione, che riguardano tutto il mondo e in alcuni casi indicano un brusco declino.

Poi c’è il “caso calabrese”. La forbice che si è aperta tra la rappresentanza e la sua platea è un sintomo di stagnazione e d’immobilismo rispetto ai cambiamenti del mondo del lavoro, confermato da qualche dato sulla composizione del medesimo. È presumibile che i sindacati confederali abbiano pagato questo cambiamento non riuscendo a rappresentare queste forme di lavoro, quelle cui sono stati condannati i giovani del ventunesimo secolo. E questo apre il discorso di merito sulle ragioni della crisi della rappresentanza sindacale.

Tra le cause più comunemente evocate per spiegare la crisi della rappresentanza sociale e il declino del peso del sindacato c’è sicuramente la difficoltà d’affrontarla. Con una conseguente caduta di forza contrattuale e rilevanza politica. Oggi ogni sindacato territoriale procede per conto proprio e per proprio conto perde. Invece di costruire – almeno in prospettiva ‒ un “contratto unico” allargando i confini dei contratti nazionali e di avere regole comuni per combattere la concorrenza tra i lavoratori, l’unità d’azione sindacale si limita, nel migliore dei casi, a scambi di informazione sui mass-media online e cartaceo.

Troppo poco per contrastare debolezze e delegittimazioni. Troppo poco, soprattutto di fronte a un altro elemento strutturale dell’attuale fase: la parcellizzazione delle attività lavorative e la costruzione di reti e filiere lunghe in cui la condizione del lavoro si frammenta, mentre per i lavoratori comporta una dispersione in mille rivoli e persino in luoghi diversi tra loro.

Un bel problema per chi vuole coalizzare il lavoro subordinato partendo – giustamente – dalle sue condizioni e raccogliendo il suo punto di vista. Ma nessuno può dire che sia più libero o più ricco del suo antenato lavoratore socialmente utile o a progetto o con carriera verticale che era dipendente indiretto dall’azienda e miracolato e altri con carriera fulminea da sanitario ad amministrativo o da semplice soldato a sergente maggiore graduato.

Il sindacato per sua natura è una coalizione d’interessi. Deve unire, altrimenti non è, oppure è altra cosa, una corporazione, un’associazione di servizi, un insieme di burocrati. Su questo principio la scrivente O.S. ha costruito la sua storia e anche le sue strutture.

Verticali, sulla falsariga dell’avversario di un tempo, che ne appesantiscono e rallentano l’azione è l’urgenza di capire come farlo senza rinunciare al proprio “scopo sociale”, per comprendere su quale strada mettersi che difficilmente potrà essere quella che troppo spesso, nell’ultimo trentennio, ha trasformato la mediazione in compatibilità.

L’organizzazione sindacale è portata per sua natura alla mediazione tra interessi e punti di vista diversi, tra capitale e lavoro, tra aziende e lavoratori. Finché cerca soluzioni interpretando il conflitto sociale, finché ne insegue una sintesi, svolge un ruolo dinamico e autonomo.

Ma se questi ultimi – che da tempo non sono favorevoli ai lavoratori – diventano l’alibi per cambiare la propria cultura e infine la propria natura, per rassegnarsi alla supremazia dell’avversario e cercare in esso la principale fonte di propria legittimazione, oppure quando si rinuncia alla propria autonomia accettando le ragioni del mercato o del quadro politico, allora la cultura della mediazione diventa cultura della compatibilità.

E l’organizzazione sindacale si riduce a uno dei tanti soggetti che compongono il quadro istituzionale importante, ma altra cosa da una rappresentanza di valori e interessi, con le sconfitte campali, stravolgendone poteri e diritti e mettendo inevitabilmente in discussione il sindacato e la sua natura di rappresentanza democratica come la RSU che non è monocratica ma è un organo collegiale con rappresentanti di tutte le sigle sindacali con decisioni a maggioranza.

Nelle strategie sindacali la concertazione ha preso sempre più spazio ai danni della contrattazione, quando nel tentativo di arginare i guasti delle ristrutturazioni allontanandosi dai luoghi di lavoro e accentrando le decisioni ed è questa una concezione merceologica del lavoro noi ribadiamo il concetto di autonomia.

È in questa realtà che ha messo le radici sociali la tendenza alla cosiddetta disintermediazione, l’attacco ai corpi intermedi ‒ prepotentemente emerso nell’ultima informazione tramite i mass-media dei suoi fallimenti.

È corretto dire che se il lavoro è in difficoltà anche per il sindacato la vita è difficile. Ma ciò non basta a spiegare le responsabilità, non può giustificare gli errori commessi, le cause “soggettive” della crisi della rappresentanza sociale.

Il sindacato, almeno in Calabria, ha colto con molto ritardo – la trasformazione del welfare state in un business privato. Solo pochi sindacalisti – in Calabria – affermavano fin dagli anni Novanta che “non c’era più nulla da scambiare” e che il governo dei processi era totalmente sfuggito dalle mani delle organizzazioni sindacali, a tutti i livelli, dai luoghi di lavoro ai vertici confederali si è preferito spostare il baricentro della propria azione sul terreno delle politiche generali.

Dall’altro lato ha sbilanciato sempre più le organizzazioni sindacali sul terreno della politica propriamente detta, facendone vacillare l’autonomia e rischiando un ritorno a quella subalternità che era stata cancellata dalle lotte degli anni Sessanta. Su questo si è anche innescato, paradossalmente, il ruolo di supplenza che il sindacato italiano ha assunto ‒ con la fine della “prima repubblica” e la crisi dei partiti di massa – come principale risorsa.

Una supplenza d’opposizione che si rovesciava regolarmente in subalternità alle politiche dei “governi amici” giustificando con lo stato di necessità i sacrifici più dolorosi, ma anche sprecando importanti occasioni dove ci si limitava a chiedere un tavolo di confronto per riaprire il dialogo interrotto dall’insediamento della Commissione Straordinaria nell’ASPCZ.

Dall’opposizione alla subalternità, il rapporto con la politica ha nuociuto gravemente alla rappresentanza sociale, fino ad arrivare a veri e propri assurdi logici come affidare un nuovo “piano del lavoro” che poi non sia andata proprio così forse non è un caso.

Nemmeno è frutto della sorte che in tutti questi anni si sia accumulato un rancore, prima sordo e poi esplicito, contro il sindacato, accomunato alla “casta” in sintonia con ciò che avviene a livello sociale, in un dilagare qualunquista, pericoloso ma non privo di motivazioni e diffuso fin nei luoghi di lavoro dove il sindacato deve trovare le ragioni e la base della propria rappresentanza, riscoprendo, lo “scopo sociale” delle origini.

Un sindacato molto “politico”? Forse a qualcuno potrà sembrare così e storcerà il naso. Ma nell’era in cui il lavoro subordinato è privo di rappresentanza politica, se non ci si vuole accomodare al ruolo di sindacato di servizio o – peggio – di mercato, questa politicità è inevitabile. Non è una nuova supplenza in attesa che i “titolari” ritornino in cattedra.

È la radice di una storia, certamente antica, forse anche nuova. La crisi dei corpi intermedi va avanti da tempo. In particolare, i dati sugli iscritti alle Organizzazioni Sindacali italiane registrano un calo complessivo delle adesioni, soprattutto negli ultimi anni mentre crescono gli Autonomi forse perché di piazze ce ne sono ormai tante, soprattutto quelle digitali.

Certo è che in una realtà dove il lavoro si fa sempre più diffuso nei luoghi e nelle forme e dove un peso crescente è attribuito alla soggettività e alla valorizzazione del merito, la rappresentanza del mondo del lavoro necessita di una vera e propria rivisitazione culturale.

Si ritiene che il ruolo del sindacato negli ultimi anni ha perso di autorevolezza, perché i leader sindacali e i coordinatori RSU fanno tutto tranne che parlare di lavoro. Li vedi in televisione o sui giornali e parlano solo di massimi sistemi e un continuo su argomenti che non interessano più a nessuno ed è naturale che la gente sia disamorata.

Nella nostra Azienda a questi fattori se ne aggiungono almeno due: un dualismo più accentuato che altrove, fra protetti dal sindacato nella cittadella del lavoro regolare ed esclusi da una parte politica  non più comprensibile dalla maggior parte dei lavoratori.

I sindacati nella nostra ASP e in Calabria in futuro dovrebbero scegliere se si intende rimanere un sindacato degli insiders, con qualche spazio e qualche riconoscimento pubblico in meno e qualche iscritto in più rispetto al passato.

Ancor più importante, ma anche più difficile, è l’obiettivo ambizioso di trasformarsi nello strumento di cui i lavoratori dispongono e rimanendo nel sempre nel loro ruolo e continuando a fare proselitismo sindacale nel luogo di lavoro senza avere ricatti sciocchi non sapendo distinguere la differenza tra Dirigente sindacale, Dirigente Amministrativo , Dirignte Sanitario o Dirigente Medico che hanno un ruolo e contratto di lavoro diverso.

Pertanto la critica ai sindacati confederali perché sarebbero concertativi, dunque non combattivi, separano i rappresentanti dai rappresentati sopravvalutando il ruolo dei primi e sottovalutando quello dei secondi, cioè di chi dovrebbe essere combattivo, secondo una certa concezione per cui i sindacati confederali frenerebbero la forza dirompente e la capacità di lotta degli autonomi.

L’ Organizzazione Sindacale FIALS chiede alle S.V. di non fare perdere la propria titolarità di contrattazione decentrata in quanto firmatari di CCNL e di aprire un tavolo di confronto e di contrattazione costruttiva con la Parte Pubblica già deliberata che ha appunto creato i vari ritardi nei pagamenti con conseguenti contenziosi legali, i mancati pagamenti dello straordinario, delle prestazioni aggiuntive, delle indennità contrattuali effettuate negli anni passati, delle pronte disponibilità previsti dal CCNL e dal CIA (Contratto Integrativo Aziendale), avvisi di funzioni professionali con incarichi organizzativi e di coordinamento mai definiti dall’Ufficio Risorse Umane,  di  proroga  dei contratti a tempo determinato in scadenza il 30/4/2020, la grave carenza di personale, con avvisi di infermieri e OSS in reclutamento per emergenza covid19 in stand-by ma ancora ad oggi non in servizio presso la nostra Azienda, mancata distribuzione dei buoni pasti del 2019/2020, mancato reclutamento del personale sanitario in sostituzione per grave patologia o per maternità ,organizzazione del lavoro ,riorganizzazione dell’orario di servizio…ecc. per questo e per tanti altri si chiede alle S.V. urgente incontro istituzionale in video conferenza ,in skype, o riunione classica con le dovute distanze sociali e con semplici mascherine al fine di avere finalmente incontri costruttivi».

Irene TORCHIA, segretario provinciale del Sindacato FIALS (Federazione Italiana Autonomie Locali  e Sanità)

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