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LA SPERANZA: IL SALE DELLA VITA


I malati di mente: disperati e relegati agli angoli del mondo e allontanati dalla società, un mondo spesso concepito in bianco e nero, ancora da evitare con cura poiché il loro essere tanto crudo potrebbe ferire le coscienze di noi cosiddetti normodotati

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  4 MAGGIO 2021 –  Dalla visione di un film mi colpisce un’affermazione: ci sono mondi che nessuno può distruggere, toccare; la speranza che è insita in ognuno di noi non può essere uccisa, ma al contempo può divenire pericolosa perché illudendoci rischia di ucciderci.

Essa è vita, ci offre la possibilità di andare avanti quando tutto intorno sembra remare in diversa direzione, perché arrendersi è il coraggio di un attimo, sperare quello di sempre.

Certo è difficile spiegarne il significato proprio perché vita e speranza percorrono la medesima strada.

Ognuno di noi cerca di celare le negatività sperando migliorino e quest’ultima per quanto può ferire perché illude, non deve mancare, altrimenti tramuterebbe gli esseri umani in esseri disperati.

A tal proposito mi chiedo riflettendo sullo sguardo di una persona non sana di mente, cosa può mai celarsi nel loro mondo? Quale speranza possono nutrire?

Disperati e relegati agli angoli del mondo e allontanati dalla società, un mondo spesso concepito in bianco e nero, ancora da evitare con cura poiché il loro essere tanto crudo potrebbe ferire le coscienze di noi cosiddetti normodotati.

Forse più che la speranza, in loro vige il desiderio di esser compresi innanzitutto, di esser lasciati liberi di esprimersi a loro modo, perché nel loro handicap qualcosa di sano sopravvive, dono che li fa sentire vivi e utili.

Difatti da queste persone fuori dagli schemi, nascono artisti dalle mani d’oro, mani che disegnano, voci che cantano, bocche che sorridono col cuore e che sanno apprezzare. Apprezzare un gesto, una calda parola che scaldi il gelo nutrito e percorso nel loro triste cammino.

Dunque desiderio e speranza diventano un tutt’uno, anche quando accolgono con gioia chi si occupa di loro. Mi è capitato di ascoltarli asserendo che vogliono bene al loro infermiere perché trattati bene, con amore e non da ammalati.

Nell’ascoltarli mi sono commossa ricordandomi un’omelia ascoltata una domenica mattina: Il parroco domanda ai fedeli ‘’secondo voi dov’è Dio?’’ Una voce dalla platea risponde:’’ dove c’è carità e amore lì c’è Dio’’.

Hanno incontrato nella carezza, nel sorriso, nell’uso della parola non denigratoria, nella vigilanza della loro vita compromessa. Ecco forse tutti speriamo di incontrarlo, ma spesso non lo vediamo perché osservatori a cuor leggero e non siamo dediti all’altro con amore smaliziato.

Desideriamo ci sia sempre la speranza dentro al buio del dolore, perché ci dia la forza per ricominciare a vivere, perché esser felici non significa nascondere la tristezza, ma viverla superandola.

Amiamo ed amiamoci, la speranza di aver fatto del bene nella nostra vita, sia l’impronta di domani.

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