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LA SOLITUDINE DELL’IO


Talvolta, ci sono assenze fra le persone tali da essere fisiche e psicologiche, spesso causate da una distanza, determinandone una lacunosa empatia

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  30 SETTEMBRE 2019 –  La vita che viviamo, percorriamo e attraversiamo, è la manifestazione di ciò che siamo e sentiamo.

Spesso, percorrendola, non ci rendiamo conto di perdere noi stessi; noi che siamo fatti di carne e di spirito, noi che accendiamo e spegniamo le nostre emozioni e sempre noi che entriamo in empatia o sintonia con le persone con le quali percorriamo il nostro tragitto.

Ci si chiede spesso se le persone più care siano davvero felici o dietro quell’ apparente sorriso ci sia dell’altro. Tutti o quasi, viviamo di mancanze materiali, ma spesso la mancanza più grave è quell’ assenza di noi, del modo in cui percepiamo le cose e le persone che ci stanno intorno.

Talvolta, ci sono assenze fra le persone tali da essere fisiche e psicologiche, spesso causate da una distanza, determinandone una lacunosa empatia.

Purtroppo, ci si può sentire soli fra centinaia di persone e la solitudine che ci assale deriva dal non sentirsi compresi, aspettando forse qualcosa dagli altri o che qualcuno si accorga di noi.

Ci si può sentire tremendamente soli per i motivi più svariati, per un lutto, per un problema familiare,perché non ci si sente soddisfatti di ciò che siamo diventato semplicemente perché si ha la sensazione di essersi persi, di aver smarrito quella via che fino ad un attimo prima era tanto chiara.

L’ intima solitudine che ne deriva può essere transitoria o permanente, fare in modo che non ci divori spetta a noi, alla nostra forza, dando corpo e voce alle emozioni sopite che ci appartengono.

Ci si sente soli per ritrovare noi stessi oppure si rimane, se non riusciamo a capire che le assenze che sentiamo dentro lasciano un solco che nessuna aggiunta potrà mai colmare.

La mancanza che sentiamo nella profonda solitudine è madre dell’ amore, in qualche modo figlia dell’assenza e preludio della nostalgia del nostro essere che non riusciamo più a scorgere e riconoscere.

Dunque diamo voce alla nostra solitudine muta e attonita, facciamola urlare, parlare, raccontare, riconoscendo che tante persone preferiscono non incontrare per timore di sentirne poi la mancanza, ma se non corriamo il rischio non sapremo mai cosa manca e non potremo essere insegnanti per chi percorre lo stesso viaggio.

Arrivare a destinazione significa essersi interrogati e sentirsi vivi, arenarsi significa rinunciare a sapere, godere, sorridere.

Non inciampiamo, ma ricominciamo da noi stessi per continuare il cammino regalando un sorriso, magari lo stesso che abbiamo perso e provato tornando alla vita per non sentirne il buio.

Riaccendiamo i fari nel nostro io, per poterne ancora scorgere la luce abbandonando il buio sentito e provato. 

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