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I RUMORI ASSENTI


Coronavirus, tutto fermo, tutto spento, come un enorme black-out, dove la luce tarda ad arrivare in tutte le zone del Paese e del mondo

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  24 APRILE 2020 –  Dall’interno delle nostre abitazioni, assistiamo timidi lo scorrere del tempo, delle giornate, le quali ci appaiono da un po’ infinite e illimitate.

Da circa un mese la Primavera si è presentata nell’ordine delle stagioni, ma non nel nostro cuore. Eppure mai come in questo periodo avremmo bisogno di luce, di aria, di sole,di gioia, di fiducia nel programmare le giornate che la bella stagione, ci offre più lunghe e più produttive. Invece no, metaforicamente è come se l’inverno e il suo letargo non hanno ancora ceduto il passo alla bella e agognata Primavera.Ci sentiamo ancora in letargo, quasi dormienti, perché la vita all’aperto tarda ad arrivare.

Così fra le mansioni domestiche, lo smart-working, il tempo libero, facciamo scorpacciata di film, documentari e tg,mai cosi familiari. Attraverso essi abbiamo conosciuto più da vicino il nostro Presidente Giuseppe Conte, diventato quasi uno di famiglia. È lui che ci avvisa, illumina e informa su come e quanto dobbiamo stare fermi, buoni e responsabili, per contrastare un nemico da evitare accuratamente e non da conoscere.

Da quando, questo stato di cose è balzato all’attenzione di tutti,il motore produttivo del nostro Paese ha rallentato il suo divenire, se non tirato un freno a mano obbligato. Tutto fermo, tutto spento, come un enorme black-out, dove la luce tarda ad arrivare in tutte le zone del Paese e del mondo.

Camminare, lavorare, incontrare gente avvicinandosi, non è più un’abitudine. Si esce solo per scorte alimentari, per urgenze e per lavoro giustificato. Per molta gente il posto di lavoro non è più una consuetudine né una certezza.

Molte saracinesche di attività imprenditoriali non fanno più rumore, perché abbassate e ferme, i cantieri sono vuoti di braccia e tante altre categorie nelle medesime condizioni. I borghi svuotati e silenti come disabitati e la sera, quando le luci si accendono al calar della notte, tutto diventa surreale, spettrale.

Nessun viandante per le vie, nessun vagito umano da l’idea di un borgo ancora vivo, vivo nei corpi come nell’anima,vivo di aria nei polmoni, come di inventiva, di fiducia, di produttività.

Confidiamo allora, nell’alba di un giorno più consapevole di ciò che abbiamo perso, per viverne uno all’altezza del compito cui siamo chiamati.

Vivere con una consapevolezza e un amore rinnovato rispettando ciò che di nuovo ci viene concesso vivere. Confidiamo nella speranza che ritorneremo presto a produrre, lavorando come siamo abituati a fare, riappropriandoci di quella fiducia che all’improvviso è venuta meno mancandoci.

 Speriamo nelle istituzioni affinché si rendano conto che non si può vivere solo di generi alimentari, ma presto bisognerà tornare a produrre per vivere, affinché nessuno debba sentirsi umiliato e mortificato nei bisogni primari cibo e lavoro.

Se il mondo si è trovato a fronteggiare e combattere un nemico inaspettato, i suoi protagonisti non possono stare fermi per sempre. Nutriamo l’anima, perché se questa si spegne essa non genera amore dando sostanza al nostro essere.

Comprendiamo che il nostro corpo non è solo una carrozzeria fiammeggiante di forza e vigore, ma che al suo interno c’è un mondo di emozioni che muovono la vita e il mondo.

Perciò se anche il motore ne è stato rallentato, può ripartire più veloce e attento di prima. Ritorniamo a ripopolare i nostri borghi, rifrequentandoci con cautela e senso di responsabilità perché lo stop cui siamo stati chiamati a rispettare non sia da archiviare, ma da riconsiderare, certi che da oggi si può costruire un modo e un mondo migliore. 

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