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FAMILISMO AMORALE E COERENZA DI PENSIERO


La Calabria non ha bisogno di eroi, ma semplicemente di persone vere, che sappiano avere la schiena dritta e testa alta

 di Salvatore CONDITO

 PRESERRE (CZ) –  29 AGOSTO 2018 –  Quello che una volta era considerato “Familismo Amorale” – secondo la definizione coniata dall’antropologo americano Edward Banfield per descrivere il comportamento degli abitanti del Borgo di Chiaromonte in Basilicata, nel quale si massimizzavano “unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo” – è stato talmente tollerato da diventare una sorta di autodifesa legittimata, che portava naturalmente l’individuo a perseguire solo l’interesse della propria famiglia e mai quello della comunità.

 “Il primo centro di potere è la famiglia”, scriveva Barzini, corollario del “tengo famiglia” di Longanesi. 

“L’organizzazione legittima o illegittima della quale la famiglia fa parte, è il gruppo, il clan, il partito politico, la camarilla, la combriccola, la consorteria, la setta, l’associazione, l’alleanza aperta o segreta, ma per quanto potenti possano essere altrove queste consorterie, di rado esse hanno l’importanza che hanno sempre avuto e hanno tutt’ora in Italia”. 

E Gramsci: “al partito politico e al sindacato moderni si preferiscono le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari sia legate a classi alte”.

 Perché il familismo è l’anticamera su scala del clientelismo, un vizio “privato” che si esalta in vizio “pubblico”, un particolarismo che si fa universalismo. Bisogna avere santi in paradiso, si dice, anche grazie alle “prassi sociali” a lungo termine della Chiesa con le sue invocazioni propiziatrici che hanno incoraggiato una cultura di sottomissione e rassegnazione nei confronti delle gerarchie sociali dando vita a opache strutture di mediazione. 

“Per la famiglia”, scriveva Bobbio a ridosso di Tangentopoli,“si sprecano impegno, energie e coraggio ma ne rimane poco per la società e per lo stato”. Familismo e clientelismo non sono categorie residuali retaggi di una società arcaica, anzi si reinventano continuamente. 

Nel clima esasperato del neoliberismo economico, in cui il mercato del lavoro è sempre più flessibile e i diritti di tutti, in primo luogo quelli dei giovani, ancora più incerti, vivono una nuova epoca d’oro.

 Forse bisogna tornare a un concetto evangelico: “ l’albero sarà riconosciuto dai frutti, le persone dalle loro opere” se con onestà intellettuale avessimo il coraggio di ‘leggere’ i fatti quotidiani che accadono intorno a noi, avremmo la chiave di lettura per leggere che oggi più che mai siamo circondati da tanti Mosè che pensano di essere   ‘guide’ che possono portare fuori dalla schiavitù il popolo, ma mi chiedo quale popolo o meglio quali soggetti sono i ‘privilegiati di questo salvacondotto.

 La Calabria vive ancora concetti antichi: riverenze ossequi, inchini. Gesti che nel loro movimento denotano un segno di superiorità di casta, oggi più che mai bisogna aprire le finestre, portare un’aria nuova, cambiare sistemi e modi di concepire la politica fatta di onestà di moralità non di maschere e iniquità di basso profilo.

 Questa terra non ha bisogno di eroi, ma semplicemente di persone vere, che sappiano avere la schiena dritta e testa alta, la capanna dello zio Tom è un quadro antico, l’anello al naso esiste solo nelle menti di persone che pensano di essere una razza ariana pura, ma sappiamo la fine che ha fatto chi pensava questi concetti patologici.

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