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ECONOMIA, C’ERA UNA VOLTA IL “MADE IN ITALY” …


La dura realtà della guerra in Ucraina ha svelato le fragilità di un sistema che, negli anni, ha gradualmente consegnato all’estero il proprio destino economico

di Francesco PUNGITORE  (Giornalista)

PRESERRE (CZ) –  12 MARZO 2022 –  C’era una volta il “made in Italy” orgoglio e vanto del Belpaese. Parliamo dell’idea di essere fortissimi, addirittura leader mondiali in alcuni specifici settori produttivi.

Al primo posto, ovviamente, le eccellenze agroalimentari: l’Italia del mangiar sano, delle tradizioni gastronomiche, della dieta mediterranea, con accanto orti di famiglia, mulini da fiaba e armenti al pascolo. Bellissime immagini da cartolina o da spendere in spot per la tv.

La dura realtà della guerra in Ucraina ha, invece, svelato tutte le fragilità di un sistema che, negli anni, ha gradualmente consegnato all’estero il proprio destino economico. Nel momento peggiore dal dopoguerra, l’Italia si scopre debolissima, non autosufficiente non solo per l’energia, ma anche in campo alimentare, perché dipendente, mani e piedi, da altri Paesi per materie prime di ogni tipo.

Ecco perché la tempesta economica in atto e i prezzi che salgono senza controllo ci stanno travolgendo così pesantemente. Cominciamo dal grano, che importiamo per il 64% dall’estero. Nel 2021, 120 milioni di chili sono arrivati proprio dall’Ucraina e altri 100 milioni dalla Russia.

Anche la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche riduzioni delle coltivazioni a partire dal 1950. Adesso le importazioni provengono principalmente da Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, ma anche da Medio Oriente e Cina.

Proprio dalla Cina, ultimamente, sono più che raddoppiati (+164%) gli sbarchi in Italia di derivati del pomodoro (un’altra icona del made in Italy…) per un totale di 100 milioni di chili, già pari a circa il 15% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente.

E poi il latte. Quasi un paradosso. Con il sistema Ue di contingentamento produttivo, il nostro lo abbiamo visto letteralmente buttare per strada, pagato in “quote”, per poi doverlo, però, comprare in Germania, Polonia e Francia.

Quello in polvere, impiegato nella trasformazione di una grande quantità di alimenti, arriva da Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e, ancora una volta, dalla Cina. Proprio il gigante asiatico, in base ai dati del Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti d’America, entro l’estate di quest’anno avrà il controllo sul 60% delle scorte mondiali di grano e sul 70% di mais.

Tradotto in pratica, tra farina, pomodoro e derivati del latte, se andiamo a mangiare una pizza, ormai c’è tanta più Cina che Italia negli ingredienti di base.

Resta da capire come siamo arrivati a tutto questo.

Insomma, se l’elemento fondante della nostra partecipazione alla Comunità economica europea, nel 1957, era l’autosufficienza alimentare ed energetica, com’è che oggi abbiamo scaricato all’estero gran parte della produzione di cibo e di beni di consumo di origine agricola di cui abbiamo così tanto bisogno?

E dov’è finito il principio della sostenibilità ambientale e socio-economica che l’Expo di Milano del 2015 indicava come la strada già tracciata per il futuro? La cervellotica burocrazia europea degli ultimi anni ha molte responsabilità.

Ma altrettante problematiche le abbiamo maturate in casa. Basterebbe chiedere ad un qualunque imprenditore agricolo o zootecnico, quanto si è complicato quel loro mondo in tempi recenti, tra tasse, mercati chiusi dalla grande distribuzione organizzata, prezzi stagnanti.

Una politica che ha scoraggiato il fare impresa in agricoltura: per molti diventato “un lavoro a perdere”. Alla globalizzazione, alla forte concorrenza di vecchi e nuovi paesi esportatori, quindi non abbiamo saputo dare risposta se non in termini astratti e teorici.

Che questa crisi non ci costringa a rivedere i piani? Non si tratta di tornare all’autarchia, ma oggi c’è una fondamentale questione di interesse nazionale da affrontare. L’Italia deve tornare a produrre.

E tempo da perdere non ce ne resta molto.

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