Stampa Stampa
73

CONNUBIO PERFETTO


La morte fisica è uno stop d’obbligo, ma quante persone muoiono dentro vagando per un mondo a cui non sentono di appartenere?

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  30 LUGLIO 2020 –  Fin dalla creazione del mondo l’uomo, essere vivente per eccellenza, attraversa vari cicli di esistenza; difatti nasce, cresce, si riproduce e poi muore.

La morte, l’unica certezza assoluta per tutte le genti che ne popolano il pianeta. Ma è uguale per tutti? No, certamente no. C’è chi non fa in tempo a nascere, chi nasce ma è destinato a pochi passi, c’è chi cresce e si ammala suo malgrado combattendo spesso una guerra ad armi impari, e c’è chi invecchia lungo la strada.

 Quest’ultimo forse ha la fortuna di attraversare tutte le fasi e le stagioni che la vita gli offre, avendo così anche il tempo di lasciare delle solide impronte. Certo, la morte fisica è uno stop d’obbligo, ma quante persone muoiono dentro vagando per un mondo a cui non sentono di appartenere?

Sempre più spesso si sente parlare di gente che non ha più voglia di vivere o che, semplicemente, un inciampo nel loro cammino ne determina un amaro destino. Cosa passa nel loro cuore e nella loro mente da perdere la rotta o ancor più, cosa non arriva per determinarne una debolezza fisica e mentale? Quanta intima solitudine avvertono per non riuscire a risalire?

Eppure i mezzi oggi ci sono per recuperare una vita che si avverte spenta, oppure nonostante i mezzi, l’intelligenza e il benessere che ci appartengono siamo disarmati in empatia, in generosa attenzione e in carità cristiana?

 Tutti noi o quasi tocchiamo con mano questa triste realtà con un familiare, un genitore, un figlio, un amico … dovremmo imparare a trarre vantaggio da quella luce spenta, trovando il modo di riaccenderla, facendoli tornare a casa, tendendo una mano, spalancando con forza una porta chiusa a chiave, correndo il rischio di diventare invadenti, inopportuni, perché questa gente non ha bisogno di convenevoli, di formalità, ma di operosità, d’amore.

Forse i nostri antenati, certamente meno acculturati di noi, questo facevano: irrompevano nell’altrui vita dando l’aiuto di cui disponevano, mettendosi al loro pari e non un gradino più in alto, prendendo di petto la situazione, non percependola un ingombro. È sempre facile domandare ad altri ciò che dovremmo fare noi, lasciando nel silenzio più assoluto lo stato di abbandono che sentono.

Dovremmo cercare di riconoscere i segnali che non ci risultano più familiari, porci la domanda ‘cosa succede? Cosa è cambiato? Dunque vedere e non solo stare a guardare, perché dalla morte dell’animo a quella fisica è un passo.

Non rendiamoci complici delle leggerezze del nostro tempo, diamo un valore alla vita e non all’indifferenza, che fra tutti i sentimenti esso è il più aberrante. Viviamo un benessere quasi esagerato, usiamolo con umiltà tendendo una mano a quella che un tempo era vigorosa e laboriosa, certi che il senso di colpa per non aver agito non ci disturbi tutta la vita.

Prendiamo esempio dai nostri avi, almeno loro non lasciavano indietro nessuno perché ogni vita era degna di esser vissuta, al buio o con la luce accesa.

Dunque usiamo la nostra intelligenza e sensibilità servendo chiunque abbia bisogno incrociando il nostro cammino, perché se usati sono un connubio perfetto.   

Contatti

Blog Traffic

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.