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BADOLATO RISCOPRE L’OPERA DI NICOLA CAPORALE


Il prossimo 21 agosto incontro a 25 anni dalla scomparsa dello scrittore, poeta e pittore badolatese

di REDAZIONE

BADOLATO (CZ) –  9 AGOSTO 2019  – In occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa dello scrittore, poeta e pittore Nicola Caporale, il prossimo 21 agosto si terrà a Badolato l’incontro “Alla riscoperta dell’opera letteraria e artistica di Nicola Caporale”, organizzato dall’Associazione Culturale che porta il suo nome (Presidente: Myriam Rovito).

Tra i relatori ci sono: Luigi M. Lombardi Satriani: antropologo, già ordinario di discipline DEA di numerose università italiane e di altri Paesi; Giovanni Sorrenti: Artista.

Prevista, inoltre, la premiazione del concorso di Pittura Estemporanea del 21 luglio scorso, da parte della Giuria composta dal Maestro Piero La Rosa e dagli artisti Vincenzo Musumeci, Roberto Giglio, Vincenzo Larocca.

Il responsabile è il Prof. Mario Luzzi mentre il coordinamento è stato affidato a Vincenzo Squillacioti, Direttore periodico “La Radice”.

Durante il convegno saranno inseriti brani musicali e letterari.

Presso l’agriturismo “Zangarsa” dal 18 al 21 agosto, dalle ore 18:00 alle 20:00, sarà allestita la mostra di alcune opere di Nicola Caporale.

NICOLA CAPORALE: BIOGRAFIA

Nicola Caporale, novelliere, romanziere neo-realista, poeta elegiaco, pittore bozzettista, macchiaiolo e impressionista, nasce a Badolato (CZ) il 25 gennaio del 1906.

Rimane orfano di madre all’età di dieci anni, assieme a due sorelle. La mancanza della madre lo segna per tutta la vita e ciò traspare dalle sue opere poetiche, intrise da una sottile nostalgia, che spesso si trasforma in malinconia.

Vivendo accanto a uno zio, proprietario terriero, ha l’occasione di trascorrere lunghi spazi di tempo in mezzo ai campi e, dotato di uno eccezionale spirito di osservazione, conserva nel suo cuore le immagini della vita agreste che, da adulto, esprimerà in tutta la sua opera.

Frequenta la scuola elementare nel vecchio borgo di Badolato, dove conosce la disciplina scolastica propria dell’epoca e, nel tempo libero, entra nelle suggestive botteghe del Borgo, dove apprende il sapere vero che gli sarà di supporto nella sua creatività adulta.

Terminata la scuola primaria, entra nel Convitto Nazionale di Monteleone (oggi Vibo Valentia), dove frequenta il ginnasio.  

Si trasferisce, quindi, al Galluppi di Catanzaro, dove frequenta il liceo classico da esterno, abitando in una pensione.

Durante il Liceo scrive il primo volume di novelle, intitolato “Le mie rose” che pubblicherà nel 1928.

Trascorre la giovinezza tra i libri e, nelle serate estive, non disdegna la compagnia degli amici, con i quali si diletta in lunghe passeggiate o a organizzare serenate suonando il violino.

Nel 1927 incontra Francesca Cuppari, una giovane insegnante elementare venuta dalla lontana Reggio Calabria, che sposerà nel 1930.

La loro fedeltà durerà per tutta la vita (festeggeranno i 50 anni e i 60 anni di matrimonio con una famiglia sempre più allargata e sempre più unita formata oltre che dagli otto figli, sette femmine e un maschio: Rosetta, Giuseppina, Giuseppe, Ornella, Luisetta, Domenica, Graziella e Lucia – le due gemelle – anche dai numerosi nipoti e pronipoti). 

Riprende gli studi nel 1936 iscrivendosi alla Regia Università di Messina, dove si si laureerà n materie letterarie ( 25 novembre 1941).

Nel frattempo svolge l’attività di insegnante quasi sempre nelle scuole elementari di Badolato, paese che amerà in maniera viscerale e dal quale non sarà capace di allontanarsi, nemmeno con prospettive migliori, sia per la sua carriera sia per i figli. Infatti, quando avrà l’opportunità di restare a Firenze, per dove aveva chiesto e ottenuto il trasferimento nel 1949, vi resterà soltanto per quell’anno scolastico. 

A Firenze, frequentando i cenacoli culturali, ha l’opportunità di conoscere personaggi noti con i quali mantiene a lungo rapporti epistolari.

Con questa città manterrà sempre un sottile legame nostalgico (più in là manderà le ultime tre figlie a completare gli studi di scuola superiore).

Nel 1950 rientra al paese di origine, dove vi resta ancora solo per un anno. Nel 1951, in seguito all’alluvione che trascina via metà del paese, è costretto dalle autorità locali a lasciare la casa dove abita, perché pericolante, quindi da demolire, (ancora è là); costretto a trasferirsi con la numerosa famiglia a Soverato, vi rimane fino al dicembre del 1955.

In seguito, man mano che vengono costruite le case popolari nella marina di Badolato e vengono aperte alcune classi per i residenti, verrà loro assegnata, come maestri alluvionati, una casa nel nuovo paese in costruzione, e lì resteranno per sempre.

Per alcuni anni chiede di insegnare lettere nella scuola Media di Badolato; ma ben presto ritorna alla sua amata scuola elementare.

Va in pensione nel 1972, ma non entra in crisi per questo, perché i suoi interessi sono vari e molteplici.

La sua giornata è cadenzata da orari quasi certosini: si alza presto e scende in giardino, dove trascorre le prime ore della giornata a curare le sue amatissime rose e i suoi gelsomini; porta a passeggio il cane, suo fedelissimo amico e compagno inseparabile da sempre nelle sue lunghe passeggiate di caccia, quindi, sale in casa; fa le sue pulizie ed entra nel suo studio di cui è custode gelosissimo e dove la moglie gli porta il famoso caffè, quasi un rito.

Scende di nuovo in giardino, e poi entra nel suo laboratorio dove fa di tutto: dipinge, scolpisce, lavora al tornio, ripara oggetti rotti, ecc.verso le undici risale e si chiude nel suo studio dove o studia o scrive,a macchina con la vecchia Olivetti o a mano nei suoi “zibaldoni”, come li chiamava lui, i suoi pensieri, le sue riflessioni che spesso diventano componimenti poetici.

Ama pure divertirsi con gli aggeggi moderni: è uno dei primi in Badolato ad avere avuto un apparecchio radiofonico (abbonamento n.4 nel distretto di Davoli); si fornisce di magnetofono; possiede, nel tempo e poi contemporaneamente, più di una macchina fotografica ( si conservano molte fotografie, oggi storiche, sugli avvenimenti di Badolato).

Prende la patente a cinquant’ anni e, indossata la tuta da lavoro, col fucile in spalla e il cavalletto per dipingere, nel portabagagli, parte con la sua “Giardinetta” per la montagna, dove si ferma o per scattare foto, o per dipingere o per andare a caccia, ma più spesso per cercare la terra di bosco con cui nutrire le sue numerosissime piante, allora uniche nel territorio: cycas, araucaria, cedro del Libano, sterlitze; comunque non disdegna le piante più comuni quali la quercia, l’elce, il pungitopo, l’agrifoglio ecc., od anche gli umili cespugli o i semplici fiori di prato.

Cure particolari, però, sono riservate alle rose e ai gelsomini; ne ha di tutte le specie: dalla rosa lillipuziana alla rosa dalle cento foglie; lui stesso si cimenta negli innesti più stravaganti fino a produrre la rosa blu.

Nel 1986, anno del suo 80° compleanno, qualche mese dopo essere stato festeggiato dall’Amministrazione Comunale e dalla Pro Loco, (rispettivamente con due targhe ricordo), e dalla Scuola, viene colpito da ictus cerebrale, in seguito al quale perde l’uso del braccio destro e dell’arto inferiore destro e, cosa peggiore, della parola e della scrittura, ma non perde la sua lucidità mentale che conserverà vivida fino alla fine dei suoi giorni.

Soffre molto, ma non lo fa pesare; collabora con molta pazienza con chi lo aiuta ad esprimersi in qualche maniera, scoppiando in clamorose risate quando si equivoca sulle sue risposte; può dire soltanto sì e no e, per capire cosa voglia, occorre porgli molte domande e per esclusione arrivare a capire ciò che chiede.

Se può comunicare i suoi desiderata, però, non può più dirci i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni che traspaiono spesso soltanto col pianto di gioia o di sofferenza.

Chi può dimenticare il suo pianto di dolore quasi disperato quando legge la notizia di “Badolato, paese in vendita”? O il suo pianto di commozione al solo vedere il nome “Badolato” sulla Gazzetta del Sud? 

E’ uno strazio, perché, come si diceva prima, nutre per il suo paese un amore viscerale.

Sì, legge il giornale ogni mattina, ma gli costa fatica, perciò chiede alla moglie di leggergli le notizie più interessanti; segue i telegiornali e le trasmissioni televisive; ascolta con piacere chi gli legge brani dei suoi libri, ma si stanca presto; però non si scoraggia, non demorde; vuole scrivere e ogni mattina, dopo il consueto caffè, non scende più nel suo amato giardino,ma prende in mano la penna con la sinistra e scrive, scrive; ma che cosa?

Tante parole senza senso a prima vista; una delle figlie, però, dopo qualche tempo, si accorge che ne scrive 21 in ordine alfabetico, un giorno con l’iniziale maiuscola e un giorno con l’iniziale minuscola, quasi per non dimenticare quell’alfabeto che aveva insegnato ad altri per una vita.

Negli ultimi mesi della sua vita, aiutato dai familiari e confortato dal suo parroco, inizia la pratica dei “nove primi venerdì del mese” con una fede così profonda che sfocia ogni volta in un pianto liberatorio.

Il 23 giugno 1994 termina i suoi giorni serenamente, addormentandosi in quella pace che ha cercato per tutta la vita; in quell’Infinito cui è stato proteso da sempre.

Pur lontano da certi ingranaggi di pubblicità, è stato:FINALISTA al Premio di poesia di VALLOMBROSA; FINALISTA al premio di narrativa di VILLA S. GIOVANNI (R.C.)

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