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A VOCE ALTA


Il Coronavirus non ferma i casi di femminicidio. Le notizie attraverso sui media, da qualche mese sono sempre le stesse, infinite, a volte confuse e tristi, quasi da non lasciar spazio ad altro.  Ma quando si parla di violenza, l’attenzione un po’ sopita si riaccende

di Rossella NASSO

PRESERRE (CZ) –  21 APRILE 2020 –  Anche se costretti a casa per più tempo il mondo non arresta il suo moto naturale e, fra gli accadimenti che si susseguono, il femminicidio rimane una piaga dilagante, piaga che nemmeno l’emergenza coronavirus ha arrestato.

Le notizie attraverso sui media, da qualche mese sono sempre le stesse, infinite, a volte confuse e tristi, quasi da non lasciar spazio ad altro.

Ma quando si parla di violenza, l’attenzione un po’ sopita si riaccende.

L’ultima vittima, una giovane come tante altre, caduta ancora una volta per mano violenta e animo malato. Il movente, quasi sempre lo stesso, gelosia.

 Anche se i titoli tendono a cambiare entità, infatti la si chiama ‘convivenza forzata a causa del covid-19’ oppure ‘quarantena da coronavirus’, ma sempre di femminicidio si parla.

La violenza non è mai un fulmine a ciel sereno perché la gelosia non la si inventa, ma esiste. Spesso covata in modo innato, e la convivenza forzata non ne deve giustificare il modo o il comportamento.

Non bisogna mai sottovalutare un amore irrispettoso e mai giustificarlo, perché l’amore non è assolutamente dominio privato, né fisico e ancor meno psichico. Il nome di Alessandra, la vittima in questione, si aggiunge ad altri nomi, scomparsi prima di lei.

Si continua a morire perché questo paese non riesce a proteggerle da compagni molesti che restano liberi e indisturbati fino ad ucciderle. Ecco questa potrebbe definirsi un’altra catena da contagio, ma questa volta non epidemiologica bensì culturale. In ogni caso la violenza è un comportamento sbagliato, cattivo, malsano.

Non si può amare credendo nel possesso, ma lasciando liberi di esprimersi, di amare, di agire e di andare, cambiando direzione quando i sentimenti e l’intento non sono più quelli di un tempo.

 Certo queste misure ci impongono a non muoverci da casa, ma non ci impediscono di urlare e chiedere aiuto, perché la voce alta fa sempre rumore, il silenzio uccide.

Può darsi che qualcuna di esse abbia anche urlato nel suo doloroso silenzio senza che nessuno ne possa aver udito nemmeno un gemito, ma l’isolamento e il sentirsi soli è il primo passo verso l’autodistruzione, ancor prima per mano d’altri.

Non rendiamoci complici della violenza, qualunque essa sia, ma aiutiamo le vittime a non divenire tali, invitandole a riemergere dall’inferno di dolore toccato con mano. Anche noi cerchiamo di fare la nostra parte semmai ci dovessimo imbattere in una probabile vittima di nostra conoscenza.

Rompiamo quel silenzio di dolore muto e assordante tendendo una mano, un consiglio, e se questo non bastasse prestiamole la voce affinché possa difendersi a voce alta senza continuare a sentirsi un’inadeguata e per questo meritevole dell’inferno conosciuto e vissuto.

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